Lontani rumori di guerra… dalla valle dello Swat

Trovare le ragioni vere del conflitto tra le milizie talebane ed il governo pakistano in atto da qualche giorno nel nord del Pakistan, non è facile. Troppi elementi hanno concorso a determinare la situazione sfociata in violenti scontri e nell’esodo di centinaia di migliaia di profughi.
La valle dello Swat è, dal punto di vista naturalistico, un piccolo paradiso se confrontato con l’arida desolazione di altre aree non troppo lontane. Ma è un paradiso dove la sharia è legge.

La storia recente racconta di un accordo tra il governo locale delle province del Nord Ovest ed i talebani, entrato in vigore il 15 marzo. L’accordo prevedeva il cessate il fuoco tra milizie integraliste ed esercito in cambio dell’introduzione della Nizam-e-Adl, una versione locale della sharia. L’accordo venne annunciato alla popolazione attraverso continui comunicati mandati in onda sulla radio che i talebani controllano nella valle. In uno di questi comunicati il portavoce del movimento insurrezionale, Muslim Khan, aveva affermato che “come gesto di buona volontà” erano stati rilasciati alcuni ostaggi, tra i quali due politici del posto e quattro guardie paramilitari. Ma la realtà che si celava dietro questo accordo era ben diversa! Nelle regioni un tempo chiamate Udyana e poi Gandhara, rese celebri nell’800 dalle descrizioni dell’antica cultura buddista contenute nei diari di viaggio degli esploratori occidentali, la legge coranica ha avuto modo di fare molti proseliti, ma anche vittime e danni. L’accordo, firmato tra il “governatore” delle province del Nord Ovest e dal capo delle milizie talebane Maulana Fazlullah, ha cambiato le abitudini di centinaia di migliaia di persone. Molte famiglie hanno ritirato le figlie “femmine” dalle scuole perché la sharia non prevede che le donne possano frequentare le scuole e il burka è divenuto la norma. Anche se l’accordo, almeno sulla carta, non prevedeva restrizioni così forti, ha avuto ugualmente effetti disastrosi. Troppo alto era diventato il rischio di incappare in qualche ronda del disciolto, ma in realtà mai morto, partito Tehrik Nifaz Shariat-e-Muhammad (TNSM), o in qualche fanatico sostenitore della legge coranica. Solo pochi giorni prima dell’offensiva una ragazza di 17 anni era stata frustata in pubblico per essere uscita con un uomo diverso dal marito. Il filmato, messo in onda da Geo TV, è raccapricciante: si vede a ragazza tenuta ferma da due uomini, mentre un terzo, con barba lunga e turbante, le infligge la punizione.

Ma liquidare la situazione nella valle dello Swat come un’imposizione degli estremisti islamici sarebbe sbagliato. Ci sono due elementi su cui i talebani del “pak” hanno fatto e continuano a far leva per ottenere il consenso popolare: l’ingiustizia e le condizioni economiche.

Il sistema giudiziario pakistano è corrotto e sottoposto alle pressioni della politica. I talebani hanno iniziato da tempo a “sostituirsi” alla giustizia dello stato. In nome della sharia, ma per conto di quelli che si considerano defraudati dei loro diritti, hanno avviato delle vere e proprie operazioni di recupero crediti, nonché azioni mirate a vendicare quelli che hanno subito torti dalla giustizia ordinaria.
Ma non è finita! Il New York Times nell’aprile scorso ha pubblicato un approfondito servizio sulle ragioni della forte penetrazione talebana tra i contadini. Gli integralisti, nelle aree controllate, hanno guidato una sorta di rivoluzione sociale egualitaria organizzando bande di contadini armati e pagati, trasformati in gruppi di pressione nei confronti dei landlord, gli odiati proprietari terrieri che affittano le loro immense proprietà ai poveri disgraziati della valle dello Swat. Le bande contadine, guidate dai capi talebani hanno terrorizzato i landlord, ottenendo, in molti casi, condizioni di affitto meno gravose, o addirittura pretendendo la cessione gratuita delle terre a chi le lavora.

L’offensiva iniziata tra l’8 ed il 9 maggio nella valle dello Swat, sollecitata dagli Stati Uniti, ha fatto emergere molte altre delicate questioni. Da quello che si è potuto sapere i generali pakistani hanno preferito utilizzare per l’operazione truppe con una irrilevante presenza di soldati provenienti dalle province “tribali”, in particolare ha evitato di impegnare contro i talebani soldati di etnia pashtun. Le tribù pashtun, infatti, forniscono l’80% dei coscritti all’esercito, ma anche la quasi totalità di effettivi alle bande talebane. Il pericolo di una “rivolta” in seno all’esercito, o di una scarsa efficacia dei reparti nell’individuazione delle bande integraliste, costituisci evidentemente una forte preoccupazione per i militari. L’effetto sortito è stato quello di mettere in campo truppe prive di qualsiasi scrupolo. Anche per questo le operazioni sin qui svolte sono state particolarmente spietate e assieme ai 200 talebani uccisi, hanno perso la vita alcune centinaia di civili inermi.

Poi c’è l’altro grande problema che ha sin qui assorbito quasi interamente le risorse del paese e lo ha trasformato in uno Stato dove l’esercito ha sempre svolto un ruolo fondamentale, pur non riuscendo in nessuna occasione a risolvere le tensioni interne. Mi riferisco al conflitto mai sopito totalmente con l’India per il controllo del Kashmir e del Punjab. Tre sono state le guerre combattute tra i due paesi a partire dal 1947 e ancora oggi il grosso delle divisioni pakistane è schierato sulla linea di confine.

Sono pochi, tra gli osservatori occidentali, a credere che l’offensiva in corso riuscirà ad espugnare la valle dello Swat e, più in generale, a normalizzare le aree tribali. La partita ha dimensioni che vanno ben oltre i confini della valle. In gioco c’è il futuro stesso del Pakistan. Negli ultimi anni l’influenza talebana si è andata estendendo sempre più e la debolezza del potere centrale ha consentito il proliferare della corruzione e dell’ingiustizia diffusa: terreno fertile per l’integralismo islamico alla ricerca di nuovi scenari dove espandersi.

Nel frattempo il prezzo più alto, ma non è una novità, lo stanno pagando le popolazioni civili. L’esodo dalle zone interessate dagli scontri sta assumendo proporzioni bibliche e il presidente Asif Ali Zardari, già marito di Benazir Bhutto, sembra assolutamente incapace di fronteggiare la situazione.

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