FINI: “GLI AMICI SE NE VANNO”

senza parole

Chi ha raccolto le sue confidenze in serata giura che per Gianfranco Fini è il «tradimento più doloroso». Perché ad abbandonare la casa del padre (e Futuro e libertà), stavolta, è (o meglio, era) «un amico vero»: Andrea Ronchi.

Succede tutto a Montecitorio, proprio mentre gli occhi degli osservatori sono in realtà puntati sulla riunione dei senatori futuristi in corso a Palazzo Madama. È alla Camera, mentre i guardiani della rivoluzione finiana fanno la spola tra l’Aula e le stanze della terza carica dello Stato, che si materializza la più clamorosa delle “defezioni”. Andrea Ronchi, l’uomo che per Fini aveva lasciato la poltrona di ministero delle Politiche Comunitarie, ha ormai la valigia in mano.

Il diretto interessato ha provato a smorzare la portata delle indiscrezioni. Alle quali risponde precisando «di non aver comunicato con nessuno» e di «essere in silenzio da dieci giorni». Ma ormai il dado è tratto. Proprio mentre Italo Bocchino sta tentando faticosamente di ricomporre la frattura con Adolfo Urso e col coordinatore del partito in Sicilia Pippo Scalia, la notizia raggiunge l’appartamento dell’inquilino di Montecitorio. Che reagisce a metà tra il furibondo e il rassegnato.

ANDREA RONCHI GIANFRANCO FINI

Tra i fedelissimi del presidente della Camera, la voce dell’ormai certo addio di Ronchi scatena una ridda di veleni e sospetti. «Gianfranco, Berlusconi gli ha promesso di riportarlo al governo», gli sussurra uno dei “falchi”. Un altro arriva a scommettere che «vedrai, alla fine Andrea tornerà nella poltrona che aveva lasciato». A quel ministero delle Politiche comunitarie rimasto senza titolare da quando Ronchi si dimise – seguendo gli ordini di scuderia – subito dopo la convention futurista di Bastia Umbra.

Strano ma vero, l’addio quasi certo dell’«amico Andrea» rovina a Fini la giornata che poteva regalargli un mezzo sorriso. Nel senso che l’ennesima e annunciata ecatombe di senatori s’è rivelata meno dolorosa di quanto lo stesso Gianfranco si aspettasse. La riunione fiume di ieri a Palazzo Madama, che doveva sancire la “morte politica” del gruppo futurista (i bookmakers scommettevano su almeno sei defezioni), s’è chiusa con un risultato diverso. Nel senso che il tandem scissionista dell’(ormai ex) capogruppo Pasquale Viespoli e di Maurizio Saia non è riuscito a trascinare fuori dai confini futuristi il resto della ciurma.

Fli perde il gruppo. Ma l’opera di mediazione di Mario Baldassarri consente a Fini di tenere con sé anche Contini, De Angelis, Digilio. Oltre agli iperfiniani Giuseppe Valditara e Maria Ida Germontani.

«Abbiamo preso atto del venir meno sul piano politico del gruppo Fli al Senato e abbiamo altresì preso atto di posizioni divergenti rispetto alle prospettive politiche», mette a verbale Viespoli, che insieme a Saia acquista – dopo Pontone e Menardi – il biglietto di ritorno nella maggioranza.

I sei finiani rimasti, invece, preparano il passaggio in un gruppo con Udc e Api. Un gruppo del Terzo Polo, insomma. Al quale potrebbe aggregarsi presto, se l’opera di convincimento di Fini andasse in porto, anche l’ex ministro dell’Interno Beppe Pisanu. Che, nel caso, acquisirebbe i galloni di capogruppo.

Ma al di là del risultato finale, la storia del summit dei finiani al Senato è quella di un incontro teso, quasi drammatico. Che ha in Baldassarri quello che gli anglossassoni definirebbero il man of the match. La svolta avviene quando l’economista – che lunedì aveva avuto un lungo colloquio alla Camera con Fini – decide di sottoporre all’attenzione dei colleghi un documento nel quale, da posizioni di dissenso, invitava gli altri senatori a rimanere dentro Fli. Man mano che le firme in calce al testo crescono, cresce il nervosismo di Viespoli e Saia. Che abbandonano la sala, per poi annunciare l’addio.

Morale della favola? Pontone sembra diretto al gruppo del Pdl, Menardi potrebbe approdare ai Responsabili di Palazzo Madama, Saia è combattuto tra le due opzioni mentre Viespoli potrebbe dar vita a una succursale di Forza Sud. Nella diaspora dei finiani, gli altri sei senatori rimangono. «A patto che non ci sia alcuna svolta a sinistra». L’emorragia continua. Ma, almeno ieri, è stata tamponata. Anche se la ferita al cuore finiano che potrebbe arrivare con l’addio di Ronchi rimarrà. E sarà difficile da rimarginare.

Tommaso Labate per Il Riformista

DAL MAROCCO ALLO YEMEN SOFFIA FORTE IL VENTO DELLA PROTESTA

Il regno del Colonnello Muammar Gheddafi si avvia al tramonto scosso da piazze in rivolta e dalle bombe lanciate dalla sua aviazione sui suoi sudditi. Se i moti libici hanno comprensibilmente catalizzato l’attenzione dei media internazionali, questo non vuol dire che nel resto del mondo arabo il vento del cambiamento abbia smesso di soffiare. InBahrein, ad esempio, la tensione resta alta. Martedì 22, oltre 30 mila persone hanno dato vita alla più grande manifestazione contro contro il re, Hamad bin Isa al-Khalifa. Tra domenica e lunedì i manifestanti avevano ripreso possesso della rotonda Pearl, il cuore delle proteste contro il regno, dove giovedì scorso i reparti di sicurezza erano intervenuti con mano pesante per sgombrare i manifestanti accampati nella piazza. Dal sovrano, intanto, sono arrivati gesti concilianti, come la liberazione di decine di persone incarcerate nei giorni degli scontri, dei leader sciti, i quali hanno anche beneficiato di una sorta di amnistia in virtù della quale i procedimenti contro di loro sono stati chiusi. Nello stesso solco, s’inserisce l’autorizzazione al rientro dall’esilio perHussain Mushaimaa, il leader del Movimento Haq, la più grande forza di opposizione, sul quale pesava un’accusa di terrorismo.

La stessa apertura la sta mostrando re Abdallah di Giordania, per quanto nel Paese le proteste siano state più contenute e comunque non abbiano mai messo in dubbio la legittimità del monarca, percepito come un simbolo e una garanzia dell’unità nazionale, in un contesto politico segnato dalle affiliazioni claniche e tribali. A lui si chiedono riforme che traformino la Giordania in una monarchia costituzionale, in cui i poteri del re vengano limitati dal peso di un premier nominato dal Parlamento. Altro punto importante è la riforma della legge elettorale; quella attuale ha effetti distorcenti e penalizza i centri urbani in cui vivono i profughi palestinesi, a favore delle aree rurali e spopolate in mano a clan fedeli alla corona. Spingendosi a ovest, s’incontra uno scenario simile in Marocco. Anche qui le richieste principali della popolazione scesa in piazza si possono riassumere nell’introduzione di riforme costituzionaliche temperino il potere del re sul governo, sulle camere che possono essere sciolte arbitrariamente e quello di nomina delle figure chiave nell’amministrazione statale. Si registrano frequenti manifestazioni con sporadiche esplosioni di violenza. Erano pacifiche quelle di domanica 20, che hanno portato in strada oltre 40 mila persone in 57 città. Disordini si sono registrati nel piccolo centro di Al Hoceima, dove sono stati andati distrutti negozi e banche; in una di queste sono stati ritrovati cinque cadaveri carbonizzati.

Più tesa la situazione in Algeria, dove continuano ad accendersi focolai di protesta. Sabato 19 la polizia ha disperso una manifestazione alla quale hanno partecipato oltre 10 mila persone, che si sono trovate di fronte quasi 26 mila poliziotti, mobilitati per fronteggiare la “giornata della collera” algerina. Lunedì 21, invece, i reparti antisommossa hanno affrontato 400 studenti che si sono staccati da un corteo di poco meno di cinquemila ragazzi arrivati da molte province del Paese per chiedere una maggiore trasparenza nelle graduatorie per titoli di studio. Al presidente Abdelaziz Bouteflika le opposizioni chiedono un alleggerimento delle leggi speciali in vigore dal 1992. Nello Yemen, dove le piazze sono ancora in ebollizione: qui sono riprese le manifestazioni che chiedono la fine del regime del presidente Ali Abdullah Saleh, al potere dal 1978. Martedì 22, ad Aden, nel sud, la folla ha protestato per la morte di una ragazza rimasta uccisa nel corso delle manifestazioni di lunedì, portando a 11 il bilancio delle vittime dall’inizio delle dimostrazioni. Nella stessa giornata, migliaia di persone si sono radunate a taiz, la seconda città del Paese, e ad al-Shiher, mentre nella capitale Sana’a gli studenti hanno montato una enorme tenda in piazza al-Huriya. Nemmeno i sostenitori di Saleh, che si sono presentati armati di bastoni, sono riusciti a farli sloggiare.

Alberto Tundo per PeaceReporter