“PRONTO CRICCA!” TUTTE LE TELEFONATE INTERCETTATE SUI CELLULARI DI BALDUCCI, ANEMONE & CO.

Finalmente sono state depositate le telefonate intercettate sui cellulari di Guido Bertolaso, Angelo Balducci e Diego Anemone. Le parole di ministri, presidenti di regione e persino del sottosegretario Gianni Letta sono rimaste impresse nelle trascrizioni del Ros dei Carabinieri, che ‘Il Fatto‘ pubblica. Solo così è possibile capire la radice del potere della Cricca che controllava gli appalti dei Grandi eventi. Emerge una rete di piccoli e grandi raccomandazioni e scambi inconfessabili. Solo così si comprende che personaggi come Angelo Balducci non sono piovuti dal cielo ma sono l’espressione naturale di questa classe dirigente.

Il 4 febbraio 2009 Giancarlo Galan, governatore del Veneto, chiama Angelo Balducci, presidente del Consiglio superiore dei lavori pubblici, per “offrirgli” un posto da commissario per la costruzione del Palacinema di Venezia, in quanto serve una persona “con forti agganci romani, anche economici”, dice Galan. Poi verrà nominato commissario un nome gradito a Sandro Bondi: Vincenzo Spaziante. In passato i quotidiani e lo stesso Berlusconi avevano imputato a Francesco Rutelli la sponsorizzazione di Balducci. Ora si scopre chi tifava per lui.

Galan: Senti, volevo chiederti, così a bruciapelo, noi stiamo cercando il commissario per la costruzione per il nuovo Palacinema del Lido di Venezia. La persona più indicata al mondo ci sembreresti tu.
Balducci: Oddio.
Galan: A noi farebbe molto piacere.
Balducci: Sarei molto contento. Poi se c’è… tu sei il presidente e sei d’accordo, figurati, sono…

Galan: L’ho inventata io, diciamo sta roba qua. Perchè si diceva con Bondi: “trovate un commissario lì nel…”, però io ho pensato che la cosa migliore sarebbe che il commissario fosse uno con forti agganci romani… (ride), anche economici e delle stanze del… che comandano… e secondo ci fosse qui il responsabile del progetto. Però che il numero uno fosse uno con il tuo profilo… questo ritenevo la cosa…
Balducci: Ti ringrazio molto.
Galan: Se a te piace l’idea io la mando avanti.

Balducci: Io ti ringrazio e… senti presidente, l’unica cosa, magari se fosse possibile un accenno a Matteoli per un fatto ovviamente di… essendo io…
Galan: Giusto, mi sembra, mi sembra corretto, mi sembra corretto.
Balducci: Se tu mi autorizzi io posso dire anch’io che c’è questa idea, però…
Galan: Non lo so, forse… cosa… forse è meglio che glielo dico prima io. Gli chiedo quasi il permesso.
Balducci: Se non è un problema.
Galan: gli chiedo il permesso e dopo ti avviso che l’ho fatto (…). Invece di fargli la telefonata, di rompere le balle mercoledì, giovedì, io lo vedo domenica per l’inaugurazione del Passante e li lo facciamo.
Balducci: perfetto va bene.


Il 13 maggio 2008 Balducci chiama don Vincenzo Paglia. Perché Paglia vuole incontrare Claudio Scajola, ministro dell’Industria, per discutere di una lettera della Thyssen che darà in copia a Gianni Letta. Una vera opera di lobbying del vescovo di Terni in favore dell’azienda che controlla anche l’acciaieria della sua città (nello stabilimento di Torino morirono sette operai la notte tra il 5 e il 6 dicembre 2007).

Chissà cosa c’era scritto nella lettera. Comunque un anno dopo, nel novembre 2008 il ministro Scajola su Repubblica prende puntualmente le difese dell’azienda: “Difficile credere alla volontarietà”: “Sinceramente, con tutto il rispetto per il procuratore e per il gup torinesi, e non conoscendo le carte processuali, mi riesce difficile immaginare che l’amministratore delegato della Thyssen abbia voluto provocare la morte dei suoi dipendenti”.


Il 13 luglio 2008 il capo della protezione civile Guido Bertolaso telefona a Balducci, per dirgli che il Consiglio dei ministri tratterà una cosa che gli sta molto a cuore.

Bertolaso: Domani al Consiglio dei ministri ne parla con Matteoli.
Balducci: grazie.
Bertolaso: vediamo un po’ se… gli ho anche dato una chiave di volta per sbloccarlo… visto che quello vuole una cosa io ho detto: “noi la facciamo se si fa quest’altra”… tanto per usare termini che forse a loro sono più chiari.
Balducci: grazie.

Il 5 maggio 2009 l’ex ministro Pietro Lunardi telefona all’imprenditore Guido Anemone. Le loro parole rivelano una grande confidenza tra l’ex ministro delle infrastrutture e il fulcro, secondo i pm, degli intrighi della Cricca.

Anemone: Mi hai fatto conoscere una gran brava persona.
Lunardi: Ah! quel ragazzo lì?
Anemone: Bravissimo.
Lunardi: È un fenomeno… io gli ho fatto fare tutte le gallerie della Bologna-Firenze.
Anemone: Grande. Poi ti volevo dire che magari che nei prossimi giorni… mo sono giorni un po’ caldi… quando non sono impicciato ti vengo a trovare. Poi stamattina ho visto quell’altro signore. Che pure lui dice: “Aspettiamo qualche giorno”, perché sta un po’ preso.

Il 21 maggio 2008 il ministro del turismo, Maria Vittoria Brambilla, chiama Balducci, per chiedergli se è vero che Bertolaso ha chiesto la delega per i grandi eventi. I due sembrano alleati. Balducci dice che visto che dovrà parlare con Gianni Letta “tra una decina di minuti” sempre per il 2011 (150° dell’Unità d’Italia) chiederà anche questa cosa. La Brambilla mostra insoddisfazione per una possibile delega a Bertolaso: “Non sarà una bella cosa”, anche alla luce dei discorsi fatti (tra lei e lo stesso Balducci).

La Brambilla dice che ha saputo che Bertolaso ha messo questa delega come “conditio sine qua non per accettare la nomina a sottosegretario”. La Brambilla ribadisce che questa situazione “scombina tutti i piani fatti”. Per Balducci la delega deve rimanere al premier Berlusconi “o al limite va a te (Brambilla) ndr)”. Lei risponde di essere d’accordo e riferisce che “Bertolaso sta tornando alla carica con altri mezzi”.

Il 30 luglio 2008 l’architetto Angelo Zampolini chiama Balducci. Tema della discussione: una casa per l’ex senatore Francesco Covello (ex Dc, poi Pd). Si tratta di due case, una in via Paolina (a due passi da Santa Maria Maggiore) e un’altra a sud, che vorrebbe acquistare per la figlia: “Mi è sembrato abbastanza contento”, dice Zampolini.

Balducci chiede se può preparare una piantina con l’ipotesi di sistemazione con l’ipotesi di spesa, in modo che il senatore “preferirebbe farsi le cose a carico suo”, per poi consegnare il tutto a monsignor Ermes Viale, responsabile amministrativo di Propaganda Fide (l’ente che gestisce il patrimonio immobiliare vaticano). Balducci aggiunge che dovrà dire “tutto questo al senatore anche perché Viale questa mattina gli ha chiesto questi documenti”. Balducci chiede se “viene una cosa semplice?”.
Zampolini risponde di sì, in ogni caso la semplificheranno, in sostanza lui ha messo “solo un bagno in più, non ho fatto grandi cose”.

Il 31 marzo 2009 Covello chiama Anemone. Covello è vicepresidente di quell’Istituto per il Credito Sportivo che ha erogato un mutuo di 18 milioni di euro per la ristrutturazione del centro sportivo dell’imprenditore (poi non effettuato), ottenendo tra l’altro in cambio da Anemone – secondo i pm – la fornitura di mobili.
Anemone: Comandi.

Covello: Habemus papam. Abbiamo finito mo… ma credimi… una lotta.
Anemone: sei un grande, sei un grande, sei un grande.
Covello: Comunque il presidente e il direttore sono stati bravissimi. Senti io ho dovuto fare una battaglia proprio, con una cosa che non ti dico. Mò domani mattina, vogliamo andare a salutare lei io e te?
Anemone: Solo una cortesia ti volevo chiedere, se si poteva fare alle 11 perché c’ho una cosa improrogabile in Protezione civile alle 10.

Il 29 settembre 2008 L’avvocato Ettore Figliolia, consulente della Protezione civile, dice a Balducci che “alla Maddalena è pieno di extracomunitari” e che “c’è personale delinquente che lavora nei cantieri”.
Figliolia: Angelo ascoltami, qua è successo un po’ di casino: abbiamo delle informazioni pesanti sui cantieri, nel senso che ci sarebbero state anche delle operazioni di polizia giudiziaria che tu sappia… pronto!?
Balducci: sì, sì

Figliolia: Io domani parto per Napoli. Guido partirà in tarda mattinata. O tu domani mattina vai da Guido e parlate oppure vieni giù a Napoli e vediamo cosa fare. Perché la situazione è pesantissima, in quanto sembra che ci sia personale delinquente, personale che lavora nei cantieri… che non sia personale qualificato per siti di questo interesse, mi segui?

Figliolia: I subappaltatori potrebbero essere dei mariuoli, hai capito? Quindi c’è da fare una verifica forte e occorre avere subito i nominativi di tutte le imprese di cui si avvalgono le imprese aggiudicatarie.
Balducci: Senti Ettore… ti posso passare Della Giovampaola (funzionario delegato per i lavori alla Maddalena, ndr) per un secondo?

Della Giovampaola: pronto?
Figliolia: però me lo potevate anche dire che c’erano questi accertamenti in cantiere. Adesso la situazione è grave perché questi accertamenti hanno dato purtroppo esito positivo. Adesso come recuperiamo? Bisogna che i contratti di aggiudicazione prevedono forme di valutazione, cioé è inutile che io faccio la segretezza per le imprese e poi le imprese danno il subappalto a chi vogliono loro: non so se ho reso l’idea?
Della Giovampaola: No, non si tratta di subappalto, questo si tratta di personale regolarmemente assunto.
Figliolia: Come regolarmente assunto? Come fa… è regolarmente assunto se sono stati gli arresti?!

Della Giovampaola: C’hanno i permessi di soggiorno falsificati.
Figliolia: Ma scherziamo?! Non è questo: fai il controllo, questi sono siti non è che deve andare.

Della Giovampaola: Sono d’accordo con te.
Figliolia: Ma che scherziamo? Ma che scherziamo. Bisogna che domani raccogliamo tutti gli elementi identificativi di queste società di subappalto per fare i dovuti controlli: è roba da fare uno scandalo, lì ci deve andare il presidente degli Stati Uniti, non è che ci deve andare io.

Della Giovampaola: Comunque il discorso è che loro sono trattenuti momentaneamente perché siano in una situazione dove hanno falsificato i permessi dì soggiorno… e in ogni caso… e in ogni caso… le attività che si stanno facendo adesso… sono quelle attività che sono rientrate nel meccanismo delle imprese sarde del 20% e sono tutte attività.
Figliolia: Non è una buona ragione questa perdonami. Non è affatto una buona ragione: il problema della sicurezza dei siti dove devono andarci i vertici della Nazioni …ascolta, la questione va recuperata: qua si tratta ora di raddrizzare le zampe ai cani prima che ci spezzano le ginocchia.

Il 7 marzo 2009 telefonata tra Bertolaso e il sottosegretario Gianni Letta.
Letta: Scusami se ti disturbo ma mi chiama Antonio Tajani per dirmi che ha saputo che Dimas (commissario dell’Ue, ndr) apre una procedura di infrazione sulla Maddalena … mi ricordo male o tu eri amico di Dimas?
Bertolaso: Sì, ma lui non c’entra niente, se lo fanno, lì ne avevano aperta una per quello che riguarda gli aspetti ambientali e l’altro che per quello che riguardava la procedura di gara… la procedura di gara l’hanno poi chiusa in senso positivo nostro.
Letta: Gli vuoi fare una telefonata tu o debbo attivare l’Ambiente che evidentemente dice Tajani non ha saputo difenderti a dovere?

Bertolaso: Ambiente non ci difende mai e poi lì ci sono quei pochi Verdi ambientalisti in parlamento europeo che fanno la loro e poi in ambasciata purtroppo c’è ancora le gente che c’ha messo Pecoraro e che la Prestigiacomo ancora non è riuscita a togliere… quindi abbiamo una piccola massa critica negativa che lavora con i funzionari della commissione… Dimas poveretto, non ne sa assolutamente niente… anzi l’ho invitato pure all’inaugurazione di Acerra e spero che venga.

Il 14 novembre del 2008 Gianni Letta chiama Angelo Balducci per raccomandare il Consigliere di Stato Alessandro Botto per fare finanziare i lavori di una chiesa.
Letta: C’è da me un carissimo amico che è ìl consigliere Botto e mi viene a parlare di una cosa che sta nel mio cuore da 30 anni perché … San Maria in Epiro che è la chiesa in piazza Capranica che essendo vicinissima a piazza Colonna che è la sede della mia vita… trascorsa al Tempo… lui vorrebbe venire a parlare a far vedere un bellissimo progetto e lei gli dà un mano o per Arcus o per i 150 anni …
Balducci: Va bene.
Letta: O sei lei trova nei suoi ricordi di provveditore del Lazio altre strade per arrivare ad un restauro .. meglio ancora.

Giampiero Calapà, Marco Lillo e Antonio Massari per “il Fatto Quotidiano

Napoli è allo stremo e l’Aquila una città perduta…

Napoli è allo stremo! La città, devastata dall’incapacità, dall’avidità, dalla criminalità, dalla corruzione, mostra le sue ferite al cielo. Napoli è sospesa tra la “rivolta” e la “resa senza condizioni”. Lo si avverte camminando nelle strade, lo si percepisce nei volti cupi della gente, nelle profondità di campo dense di “munnezza”. La proverbiale  dignità  partenopea, lo spirito di sacrificio e sopportazione, esaltati da Eduardo come tratti caratteristici dell’anima napoletana, non bastano di fronte al degrado della città e dei comuni circostanti. I limiti di guardia sono stati superati ovunque. Lo Stato, come nella canzone di Fabrizio de André, si indigna e si impegna, ma la situazione resta “Out of Control”.

Ci vorranno anni per risolvere il problema della “munnezza” di Napoli, altro che “situazione sotto controllo in dieci giorni“. Nell’immediato si potrà solo fronteggiare l’ennesima emergenza. Occorre dirlo con chiarezza, occorre spiegarlo senza fraintendimenti. I napoletani devono sapere cosa li aspetta, gli italiani devono essere consapevoli di quanto c’è da fare. Basta con i proclami, con l’efficientismo di facciata, con le montagne di inutili ecoballe accatastate in attesa di uno smaltimento improbabile. Basta con quel “ghe pensi mi“, che è la negazione dell’idea stessa di “popolo”, di “nazione”. Basta soprattutto con la camorra, quella visibile dei boss Antonio Iovine e Francesco Schiavone, quella invisibile, nascosta dietro la politica e gli affari (sporchi o puliti che siano).

Un’altra città – nonostante le dichiarazioni del premier – giace abbandonata, perduta. Il Governo ha affrontato l’emergenza, ha costruito palazzine antisismiche, ma il centro storico dell’Aquila è ancora sigillato nell’istante tragico del sisma. Anche in questo caso occorre dire la verità. Ci vorranno decenni per riaprire il centro storico dell’Aquila, per mettere in sicurezza, a fronte del rischio di altri eventi catastrofici, palazzi e monumenti, abitazioni e uffici; ci vorranno decenni e risorse finanziarie immense, attualmente non disponibili.

C’è bisogno di chiarezza, di consapevolezza, di solidarietà. C’è bisogno di tornare a progettare il futuro. C’è bisogno di speranza. C’è bisogno di una classe politica preoccupata del “bene comune” e non dei vantaggi personali, degli affari delle cricche e degli amici. C’è bisogno della forza che solo “un popolo” può mettere in campo per andare avanti, per affrontare le difficoltà nascoste dietro l’angolo. In caso contrario ci aspetta l’oscurità. Lo spettro della crisi sta continuando ad aggirarsi per l’Europa. Dopo la Grecia, il Portogallo, la Spagna e l’Irlanda a quale paese toccherà?

by COLAS

Bondi: ” Chiedere le mie dimissioni non sarebbe politicamente e moralmente giusto, non lo merito, sarebbe un segno di incattivimento della lotta politica in Italia”. Intanto la procura di Torre del Greco indaga su appalti gonfiati, su inutili eventi faraonici, su corsi di formazione fantasma per il personale degli scavi…


Domus dei Gladiatori (quello che resta)

Per il momento, il fascicolo sul crollo della casa dei Gladiatori, avvenuto il 6 novembre, è contro ignoti. L’ipotesi di reato è quello previsto dall’articolo 434 del Codice penale: «Chiunque commette un fatto diretto a cagionare il crollo di una costruzione o di una parte di essa, ovvero un altro disastro è punito, se dal fatto deriva un pericolo per la pubblica incolumità, con la reclusione da uno a cinque anni». A indagare è la procura di Torre Annunziata che ha sequestrato l’intera area degli scavi archeologici.

Il procuratore aggiunto Lello Marino si limita a commentare: «Dobbiamo verificare se vi è stata una responsabilità omissiva che ha determinato il crollo della Schola Armaturarum. Quanto prima procederemo all’espletamento di una perizia».

Responsabilità omissiva? Nel fascicolo della Procura è già stata acquisita agli atti una circolare spedita dal direttore degli Scavi di Pompei, Antonio Varone, il 25 febbraio scorso, al direttore dell’ufficio tecnico, al soprintendente archeologico, al commissario delegato, agli assistenti dell’ufficio Scavi della Soprintendenza archeologica.

«E’ ben noto – si legge nella lettera – come un notevole numero degli edifici di Pompei antica versino in condizioni di degrado statico dovuto alle malte “stanche” che li cementano e alle intemperie che ne sfaldano ancora di più la coesione, come frequenti rilevazioni hanno potuto appurare. Si ravvisa, tuttavia, la necessità, a breve, di provvedere per l’incolumità del pubblico e per la salvaguardia stessa del bene archeologico, all’identificazione di murature a immediato pericolo di dissesto statico, onde procedere all’eliminazione dei pericoli richiamati, anche in relazione alla criticità della stagione».

Domus dei Gladiatori (quello che resta)

Era stato un crollo premonitore – «una muratura fatiscente della Domus degli Augustali» – a spingere il direttore Varone a spedire l’allarmata circolare. Tutti sapevano della situazione critica in cui versavano decine di edifici della Pompei antica. L’ultimo studio aggiornato sugli edifici a rischio risaliva al 2005.

Abbiamo cercato il direttore dell’Ufficio scavi, Antonio Varone, ma ci hanno rimandato all’ufficio stampa della Sovrintendenza. Il clima, ovviamente, non è sereno. Anche perché sono tre le inchieste della Procura di Torre Annunziata che riguardano la gestione degli Scavi di Pompei: gli appalti sotto la gestione commissariale della Protezione civile; i falsi concorsi interni e, infine, il crollo della casa dei Gladiatori.

L’inchiesta giunta in dirittura d’arrivo riguarda 170 indagati, nei confronti dei quali la Procura sta per spedire l’avviso di conclusione indagini. Si tratta della partecipazione di 160 dipendenti degli Scavi di Pompei a dei corsi per ottenere l’equivalente delle indennità per il personale che erano state abolite. Tra gli indagati, l’ex city manager di Pompei, Luigi Crimaco.

Ricordate l’indignazione del ministro per i Beni culturali e ambientali, Sandro Bondi, per la richiesta dell’opposizione (e dei finiani) delle sue dimissioni?. Era appena il 16 giugno scorso e Bondi, in Parlamento, rispondeva a una interpellanza urgente sull’appalto scandaloso per i lavori per il teatro centrale di Pompei in questi termini: «Chi si recherà questa sera a Pompei per ascoltare il concerto del maestro Muti e chi vi si recherà, anche nei prossimi giorni o nei prossimi mesi, per visitare una delle aree archeologiche più importanti del mondo si renderà conto, di persona, degli straordinari lavori che sono stati compiuti, grazie a questo Governo, dal momento in cui la stampa ha denunciato lo stato di degrado vergognoso in cui si trovava l’area archeologica di Pompei».

Cinque mesi dopo Bondi si è difeso così, a proposito del crollo della casa dei gladiatori: «È comodo addossare responsabiltà a me o al governo per i pochi investimenti. Chiedere le mie dimissioni non sarebbe politicamente e moralmente giusto, non lo merito, sarebbe un segno di incattivimento della lotta politica in Italia». Verrebbe da chiedere a Bondi se rifarebbe con il senno di poi lo stesso discorso fatto cinque mesi prima.

Ma il problema è un altro: quei lavori che lui esaltò sono sotto inchiesta della Procura di Torre Annunziata. Una inchiesta che nei fatti si occupa degli appalti – stiamo parlando di opere per 110 milioni di euro, e appalti che sono stati aggiudicati anche con ribassi del 40% – in particolare quello per i lavori al teatro centrale (altri sono stati archiviati per il «decesso del reo»), e più in generale della gestione commissariale dell’area degli Scavi della Protezione civile.

Il sospetto della Procura è che «fu artatamente alimentata una campagna stampa contro il degrado per imporre la gestione commissariale di Pompei da parte della Protezione civile». La Corte dei conti ha espresso dubbi sul fatto che la struttura di Guido Bertolaso sia intervenuta sulla base di una «emergenza», ovvero sulla presa d’atto del «Vesuvio che è ancora attivo». L’appalto del teatro. Doveva limitarsi a un budget di 800 mila euro.

Alla fine, è costato sei milioni e passa. La Procura ha sequestrato i bilanci della gestione commissariale di Pompei (2008- giugno 2010). E l’ipotesi più inquietante è che sono stati fatti lavori che non hanno rispettato i parametri storici. Secondo l’Osservatorio del patrimonio culturale, gli interventi «hanno stravolto l’assetto naturale dell’area, in particolare la cavea che, rispetto ad una qualsiasi foto o disegno di diversi momenti della vita degli scavi, risultata completamente costruita ex novo con mattoni in tufo di moderna fattura».

Guido Ruotolo per “La Stampa

“Guido voleva farmi fuori, così Valter, Fabrizio e Sabatino mi hanno difeso…” Dai racconti di Giuseppe Spadaccini (fornitore della Protezione Civile)

Un milione e duecentomila euro già pagati. Un altro milione e ottocento ancora da saldare. Ammonta complessivamente a tre milioni di euro la «gratitudine nei confronti di Valter Lavitola» da parte dell´imprenditore – e fornitore della Protezione Civile - Giuseppe Spadaccini, ora in carcere per una evasione fiscale da 90 milioni. É lo stesso imprenditore, durante l´ultimo interrogatorio, a spiegare, proprio in questi termini, i continui e ingenti versamenti negli ultimi anni sul conto della International Press, società amministrata da Lavitola e proprietaria del giornale L´Avanti.

«Perché lei dava a questo giornale cifre così ingenti?» chiede il magistrato della Procura di Pescara Mirvana Di Serio nel corso del colloquio avvenuto a Regina Coeli il 5 novembre.

«Per gratitudine nei confronti di Valter Lavitola – risponde l´imprenditore –  Avevo ottenuto l’appalto dalla Protezione Civile per i Candair (commessa da 50 milioni-ndr). Ma Guido Bertolaso (il capo della Protezione Civile-ndr) voleva farmi fuori. Voleva revocarmi l’affidamento. Sono convinto lo facesse per avvantaggiare la società Cai nella quale il fratello (Antonio Bertolaso, colonnello dell´Aeronautica ora in forza ai servizi segreti-ndr) all´epoca era direttore generale. Bertolaso non mi metteva in pagamento le fatture… Aveva anche fatto inserire nella Finanziaria 2003 una norma per revocare gli appalti in corso. Una specie di norma ad personam, contro di me. Mi dovevo difendere… Allora chiesi aiuto a Lavitola. Riuscimmo ad ottenere una raccolta di firme di 200 parlamentari a mio favore. Senza Lavitola sarei sparito prima. Il suo intervento è stato fondamentale».

In effetti, le cronache raccontano che a difesa dell´appalto della Sorem (la società di Spadaccini accusata di non possedere i requisiti per l´appalto anche dalla Corte dei Conti) scesero in campo 130 parlamentari di Forza Italia e An, con una lettera indirizza a Silvio Berlusconi per denunciare «intenzioni discriminatorie nei confronti della Sorem». Primo firmatario Fabrizio Cicchitto, socio fondatore de L´Avanti di Lavitola.

La International Press è una società già nota alla Procura di Pescara che – dal 2006 – indaga sulle tangenti nella pubblica amministrazione. Questo nome spunta nelle indagini sull’onorevole del Pdl Sabatino Aracu (tra i firmatari della petizione pro-Spadaccini) indagato per corruzione nell´inchiesta sulla sanità privata.

Lo stesso Aracu era diventato socio di una delle aziende di Spadaccini, con una quota “fantasma” di 50 mila euro. Soldi di cui la guardia di Finanza non ha trovato traccia. «Ho chiesto io ad Aracu di entrare in una delle mie società – dice l´imprenditore – . Aracu mi ha tutelato sempre contro Bertolaso».

Sullo sfondo resta la vicenda per evasione fiscale. Erano fatturate da una società portoghese le prestazioni dei piloti che guidavano i Canadair della Protezione Civile. I soldi dell´appalto della Sorem finivano in un paradiso fiscale.

Secondo la procura, Spadaccini avrebbe organizzato «un’associazione a delinquere finalizzata all´evasione fiscale internazionale», attraverso il meccanismo della cosiddetta “estero vestizione”, ovvero la fittizia localizzazione della residenza fiscale di società in territori diversi dall´Italia – dove il soggetto in realtà risiede – allo scopo di sottrarsi agli obblighi fiscali del Paese d’appartenenza (in questo caso la zona franca dell´arcipelago di Madeira, in Portogallo). Cuore delle operazioni finanziarie, la fornitura del lavoro dei piloti. Tutti italiani, ma “fatturati” da una società portoghese, che “vendeva” i piloti alla Sorem.

Questa società, a sua volta, li “rivendeva” alla Protezione Civile. Obiettivo: evadere il fisco. Scrive la procura di Pescara: «Il lavoro dei piloti dei Canadair della Protezione Civile costava 1.243,00 euro al giorno». Un prezzo ritenuto eccessivo, perché «un pilota italiano ha una tariffa giornaliera di 817,19 euro».

Giuseppe Caporale per “la Repubblica

Il 12 maggio del 2009 si tenne un incontro a Palazzo Chigi tra Gianni Letta, Denis Verdini, alcuni imprenditori e dirigenti della Cassa di Risparmio dell’Aquila. Subito dopo nacque il consorzio Federico II che si aggiudicò circa 20 miliardi di appalti per il dopo terremoto

 


DENIS VERDINI

DENIS VERDINI

 

L’informativa del Ros dei carabinieri è arrivata sul tavolo del procuratore Alfredo Rossini il 25 settembre scorso. E’ un atto d’accusa contro il triunviro del Pdl Denis Verdini, la cui posizione risulta sempre più compromessa, insieme a quella dell’amico imprenditore Riccardo Fusi, ex presidente della Btp, e di Ettore Barattelli, presidente del Consorzio «Federico II» che si è aggiudicato lavori per la ricostruzione del post terremoto. I tre, sono stati convocati per lunedì prossimo dal procuratore Rossini, con un avviso a comparire che ipotizza per Denis Verdini il reato di «concorso in abuso d’ufficio con gli imprenditori Fusi e Barattelli», per aver «abusato della sua funzione di membro della Camera dei deputati» per favorire gli amici imprenditori. Gli interrogatori sono ritenuti decisivi non solo per definire la loro posizione processuale, ma anche per verificare la posizione di altri personaggi (eccellenti) chiamati in causa dalle intercettazioni telefoniche.

 

RICCARDO FUSI - BTP

RICCARDO FUSI - BTP

 

In particolare, l’attenzione si concentra su un incontro che si tenne a palazzo Chigi il 12 maggio del 2009, e al quale parteciparono il sottosegretario Gianni Letta, Denis Verdini, alcuni imprenditori e dirigenti della Cassa di Risparmio dell’Aquila. In quell’occasione si decise la costituzione del Consorzio Federico II, che poi si aggiudicò diversi appalti.

Ora il rapporto del Ros documenta che il Consorzio (costituito dalla Btp di Riccardo Fusi e da alcune imprese abruzzesi) ottenne una serie di appalti dopo quell’incontro a palazzo Chigi. Anzi, secondo l’ipotesi investigativa, «grazie» a quell’incontro. Lo stesso Denis Verdini, nel suo interrogatorio davanti ai pm fiorentini, mise a verbale: «Ho accompagnato Fusi insieme al presidente della Banca dell’Aquila, al consorzio… dal dottor Letta, per raccomandargli la… diciamo la possibilità di lavorare: questo è avvenuto. Siccome Letta è dell’Aquila e era molto interessato alle cose, io ho accompagnato loro da Letta. Il colloquio si è risolto in niente. In grandi gentilezze. Letta in sintesi espose: “Parlerò, vedrò, però c’è questa tendenza alla ricostruzione attraverso la Protezione civile”…».

Non è vero che Denis Verdini si dava un gran daffare solo perché si trattava di amici: in Abruzzo per la ricostruzione, a Firenze per la Scuola dei marescialli dei carabinieri (o in Sardegna, per favorire l’eolico sponsorizzato da Flavio Carboni). Il sospetto che emerge dalla lettura dell’informativa del Ros è che Verdini e Fusi abbiano avuto o abbiano ancora oggi interessi imprenditoriali comuni. I carabinieri hanno trovato tracce di cointeressenze finanziarie comuni tra i due, che risalgono fino a un paio d’anni fa. Quando fu interrogato dai pm fiorentini che avevano svelato l’esistenza della «cricca», del sistema «gelatinoso», l’ex numero uno del Credito Cooperativo Fiorentino di Campi di Bisenzio, Denis Verdini, mise a verbale che i rapporti societari con Riccardo Fusi si interruppero alla metà degli anni Novanta. E invece, gli 007 dei carabinieri del Ros hanno accertato che sono andati avanti almeno fino al 2007 e che dopo le tracce sono sfumate ma non scomparse.

 

GIANNI LETTA

GIANNI LETTA

 

Le «cointeressenze» sono state documentate con l’analisi degli assetti societari della «Parved spa», al 98% di Denis Verdini (sue le quote pari a 4.900.000 su 5 milioni di capitale). Società che si costituì nel febbraio del 2005. Il miracolo per certi versi incomprensibile è che Verdini pur versando quasi cinque milioni di euro non risultava essere socio. La società investì nell’acquisto del 25% delle quote della «Porta Elisa srl» (pari a 20.000 euro). Le altre quote della stessa entità finiscono a Roberto Ballerini, Davide Bartolomei e alla moglie di Riccardo Fusi, Stefania Cecconi.

Un anno dopo, quella società, la Parved spa, trasferì la sua sede sociale da Firenze a Prato, cambiando denominazione (da Parved a Parfu spa) e i proprietari risultarono essere i fratelli Riccardo e Milva Fusi. Dunque, annotano i carabinieri del Ros, il 28 novembre del 2006 Denis Verdini cede la sua società ai fratelli Fusi, e la Parved spa diventa Parfu. Un anno dopo, la Porta Elisa srl viene posta in liquidazione.

A rendere ancora più sospetti i rapporti tra Fusi e Verdini è quello che hanno documentato gli ispettori di Bankitalia, e cioé il megaprestito di quasi 26 milioni di euro che il Credito Cooperativo Fiorentino di Campi di Bisenzio ha concesso a Riccardo Fusi, senza pretendere garanzie.

Ma alla fine, il Consorzio Federico II non può certo lamentarsi degli appalti vinti per i lavori del dopo terremoto. Se questi appalti siano stati ottenuti per «grazia ricevuta», per l’interessamento di Denis Verdini che, a sua volta, ha raccomandato il consorzio al sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Gianni Letta, così come emerge dagli atti della inchiesta, è tema di approfondimento dell’inchiesta del procuratore Rossini. E gli interrogatori di lunedì prossimo sono decisivi, anche perché segnano gli ultimi passaggi prima della definizione della inchiesta.

All’inizio, sembrava che quelle ottenute dal Consorzio fossero soltanto briciole: l’appalto per una scuola, i lavori di puntellamento del centro storico. Ma gli accertamenti degli uomini del Ros dei carabinieri hanno invece messo l’uno dietro l’altro gli appalti ottenuti dal Consorzio Federico II e la cifra finale arriva a otre 20 milioni di euro.

Dunque, il Dipartimento della Protezione civile inaugura il Consorzio, affidandogli l’appalto per il rifacimento della scuola Carducci. Totale dell’importo: 6.843.900 euro. Anche il Provveditorato alle Opere pubbliche per il Lazio, l’Abruzzo e la Sardegna, promuove il Federico II: ci sono da fare i lavori per l’ammodernamento della caserma Campomizzi. Importo complessivo: 11.235.890,31 euro. Così, sfioriamo i diciotto milioni di euro. Arrivano i lavori di puntellamento del centro storico. E’ dal comune dell’Aquila che parte la richiesta. Importo liquidato: 428.957,09 euro. A questa somma si aggiungono anche 528.958,15 euro (ma una parte di questa cifra viene revocata per inadempimenti del Consorzio). Altri lavori vengono commissionati, con contratto privato, dalla Cassa di Risparmio di L’Aquila, e riguardano il contenimento dei danni delle sedi di corso Vittorio Emanuele e del palazzo Farinosi-Branconi. Per un importo di 2.000.000 euro. Per i lavori del Palazzo Farinosi-Branconi contribuisce lo Stato con il 50% della somma necessaria.

L’inchiesta aquilana è una costola delle indagini svolte a Firenze contro la «cricca». Nel corso dell’attività investigativa, dalle intercettazioni telefoniche e ambientali venne fuori anche un filone che riguardava la ricostruzione post-terremoto abruzzese. E la procura di Firenze ha così trasmesso gli atti a L’Aquila. L’inchiesta del procuratore Rossini sembra essere giunta in dirittura d’arrivo: e gli sviluppi potrebbero essere clamorosi. Decisivi, da questo punto di vista, gli interrogatori di lunedì prossimo. Gli indagati dovranno essere molto convincenti.

Guido Ruotolo per “La Stampa


La voce degli sciacalli che ridevano nel letto…

Stasera il Tg3 e il TG2 hanno mandato in onda la registrazione integrale della telefonata intercorsa tra Francesco Maria Piscicelli e suo cognato Piergiorgio Gagliardi. Il TG1 di Minzolini si è astenuto, ultimamente succede spesso. Piscitelli, subito dopo la pubblicazione della trascrizione, si era giustificato accusando il cognato, ma la registrazione non lascia alcun dubbio. Il tono della voce, le frasi pronunciate, tutto dimostra senza dubbio alcuno che ”entrambi” ridevano nel letto a meno di dodici ore dal sisma dell’Aquila pensando a quanti buoni affari avrebbe portato loro il sisma.

L’atteggiamento di questi due piccoli sciacalli mi suscita, oltre che indignazione, dolore. C’è in loro una rinuncia cruciale, quella di riconoscere l’altro come un simile. Prevale l’avidità sulla solidarietà. La morte di tanta gente passa in secondo piano di fronte all’imprevista possibilità di fare qualche affaruccio. Purtroppo Piscitelli e Gagliardi non sono una eccezione. La condanna bipartizan del loro comportamento li ha trasformati in due capri espiatori fin troppo facili da additare. Con Piscitelli e Gagliardi ci si può lavare la coscienza senza troppi problemi. Ma il marcio è molto più diffuso di quanto ci piacerebbe immaginare.

by Colas