Notarelle a margine della presunta alleanza tra Massimo D’Alema e Matteo Renzi

Della possibile alleanza fra Matteo Renzi e Massimo D’Alema si vocifera da tempo, ma da ieri sera, ovvero da quando D’Alema a “Otto e mezzo” ne ha lasciato intuire i contorni, almeno tra gli addetti ai lavori, non si parla d’altro. Colpa – mi permetto di annotare – del provincialismo italiota che continua ad essere miope anche quando si avverte forte l’odore di bruciato.

Nella presunta alleanza di bruciato non c’è molto, se non qualche mossa tattica in attesa del congresso a venire del Pd, condita con quel “quanto basta” di pragmatismo ormai tanto caro al gruppo dirigente dell’unico partito rimasto in Italia. Sì perché – possiamo dirlo senza timore di essere smentiti – il Pdl è una dependance di Palazzo Grazioli (l’abitazione romana di Berlusconi), il M5S è una emanazione della Casaleggio Associati e tutti gli altri, forse con l’unica eccezione di SEL, sono corpi in rapida putrefazione. L’alleanza Renzi – D’Alema non è molto diversa dal patto Letta – Renzi. Solo tattica. Caso mai l’unico elemento degno di nota è la presenza di Renzi ovunque, nelle alleanze presunte, nei commenti dei prezzolati politologi, nei talk show della sera. Al momento sembra indispensabile a qualsiasi pasticcio dovrà essere alla fine sfornato, anche perché la “sua” tattica sembra essere quella di dettare l’agenda politica, o almeno di farlo credere ai suoi elettori a venire.

Torniamo a cosa ha detto Massimo D’Alema.

Ma vede, Renzi è una personalità fortissima, ha una grande capacità di comunicazione, una grande forza di attrazione del consenso… “

Poi ha addirittura delineato un percorso “formativo” alla leadership ”futura” per il giovane (giovane rispetto a molti dirigenti del Pd lo è senz’altro) sindaco di Firenze:

Io se fossi nei suoi panni, doserei meglio le mie forze, nel senso che stare tutti i giorni sui giornali rischia di essere poi logorante nel tempo. Secondo: lavorerei sul profilo internazionale: lui vuole guidare il nostro paese. Terzo: cercherei di approfondire alcuni grandi temi che riguardano la vita del paese. E quindi… lui deve crescere come statura di uomo di governo e di uomo di stato. Ora è uno straordinario leader politico e un grande comunicatore. Se lui fa crescere la sua statura di uomo di governo, di uomo di stato, lui può essere la guida del Paese… potremmo aver risolto il problema della leadership… diciamo eh eh eh”.

Giovanna Cosenza ha ricavato dal video dell’intervista a “Otto e mezzo” una analisi del linguaggio non verbale di Massimo D’Alema. Se l’analisi svela qualcosa di decisivo francamente a me sfugge. Come ho scritto si tratta di tattica.

Diverso invece sembra l’atteggiamento di D’Alema nei confronti di Pierluigi Bersani. Come ha scritto qualcuno, i due “erano un tempo la stessa cosa e tanti giovani (Turchi o meno) erano bersanian-dalemiani. Ora il rapporto sembra essersi freddato parecchio”.

Sul fatto che D’Alema e Bersani hanno rotto non c’è dubbio e, quasi certamente, lo strappo è avvenuto nei giorni del “Romanzo Quirinale”, o forse poco prima, vallo a capire!

Fatto sta che ieri tre fedelissimi di Bersani: Maurizio MartinaStefano Fassina e Alfredo D’Attorre hanno firmato un documento contro una eventuale candidatura di Renzi alla segreteria del Pd. Ma anche in questo caso è pretattica: un avviso al partito che ci sarà anche un candidato bersaniano. Sempre che poi, all’ultimo, non cambino idea e scelgano di confluire su qualcun altro. Sì perché ormai tra i dirigenti del Pd tutto sembra ridursi a complesse alchimie presentate alla base come propedeutiche a cambiamenti epocali, ma alla fine soltanto ulteriori mosse tattiche finalizzate al mantenimento dei precari equilibri, ovvero al nulla.

Poi ci sono i renziani che si agitano. Vedono ovunque manovre torbide sui meccanismi di elezione del segretario e sospettano Dario Franceschini di esserne l’ispiratore.

Insomma si ammassano le truppe, si promettono alleanze, oppure attacchi spietati, si spostano nottetempo gli arcieri, si creano coltri di polvere facendo correre a vuoto le cavallerie, dimenticando la cosa più importante. Viene da pensare che i dirigenti del partito L’arte della guerra di Sun Tzu l’hanno letto, ma non l’hanno capito.

Resta l’odore di bruciato. Sale dalla base (almeno da quella parte di militanti convinti che il Pd deve davvero essere cambiato). Ma soprattutto sale dal Paese (da quella parte che ha scelto, andando a votare, la speranza). Se il fuoco si lascerà ardere, se il congresso non susciterà un dibattito vero e non una folle girandola di nomi, allora sarà davvero la fine e resterà solo una radura arida cosparsa di scheletri bruciati.

Rubare il carro al vincitore

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disegno di Copi, da Un livre blanc

Scrive Pippo Civati sul suo blog a proposito delle amministrative: “Epifani dice che è una rivincita rispetto a febbraio (e fa capire che è una vittoria preparata da Bersani)“.

Michele Serra ne L’AMACA avverte il neo sindaco Ignazio Marino: “Ora speriamo che Marino, eletto da tanti dei pochi romani che sono andati a votare, non consenta al Pd di equivocare sul risultato magari attribuendo all’avvenuta digestione delle larghe intese da parte di un elettorato sempre prono. Marino era un candidato anomalo, poco partitico, molto irrequieto sul fronte della riforma della politica. Tenga duro perché adesso molti di quelli che persero Roma cinque anni fa cercheranno di attribuirsi il merito della sua vittoria“.

Fino a qualche tempo fa si diceva: “Salire sul carro del vincitore“, una propensione ben nota in politica e non solo. Ma per il Pd delle componenti, per il Pd dei 101 piccoli infami, per il Pd dei dirigenti lottizzati, va coniato un’altro modo di dire: “Rubare il carro al vincitore“.

Mi sarebbe piaciuto ascoltare il segretario del Pd dire: “Nonostante tutto, nonostante gli errori drammatici che abbiamo fatto, nonostante il governo delle larghe intese, tra gli italiani che hanno scelto di andare a votare, ha vinto la speranza. Ora, per favore, pensiamo a come costruire la vittoria a venire, quella che ci farà governare l’Italia (senza il Pdl), ovvero pensiamo a cambiare il Pd“.

Chissà, forse con il prossimo segretario andrà meglio!

“A Roma c’erano così poche schede da scrutinare che sono usciti prima i risultati definitivi che gli exit poll“.

Epifani voi del PD le avete capite le regioni di questo trionfo? Un segretario del PD che fa i cappotti i miei figli non li hanno mai visto. Ma ora non vi dividete anche sulla vittoria“.

Alemanno non può neanche tornare a casa tra i suoi perché i parenti sono rimasti a lavorare tutti nelle municipalizzate del comune di Roma, e poi tanti anni a fare il saluto romano e ora Roma saluta lui“.

Scajola dopo la debacle di Imperia ha dichiarato che starà di più a casa, ma allora finalmente ha saputo che ha una casa? No perché fino ad ora diceva di non saperlo“.

A Roma c’erano così poche schede da scrutinare che sono usciti prima i risultati definitivi che gli exit poll“.