Il film è ambientato nel Texas. Le vite dei tre protagonisti si intrecciano drammaticamente. E’ un’indagine sui conflitti morali, religiosi e adolescenziali dell’immigrazione, delle tensioni socioeconomiche e dei loro effetti sui giovani che vivono nella provincia americana. Nella cittadina di Marfa, in Texas, è in atto uno scontro culturale tra la comunità locale e gli agenti di frontiera. Il giovane Adam subisce le conseguenze del conflitto, quando incontra una giovane artista e tre agenti di frontiera, uno dei quali molto violento. [da Trovacinema de la Repubblica]
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Pillole dal 7°Festival Internazionale del Film di Roma. “Aspettando il mare” di Bakhtyar Khudojnazarov
Scheda. Il mare è scomparso in una tempesta di sabbia. Un villaggio muore lentamente giorno dopo giorno. Solo il marinaio Marat si oppone al destino e decide di trascinare la sua nave, ridotta a un rottame arrugginito, attraverso il deserto pur di ritrovare il mare.
Ci sono voluti dieci anni per realizzare il film. Aspettando il mare è ambientato nella steppa dell’Asia centrale, in un luogo remoto del Kazakistan. I tempi lunghi di realizzazione sono stati in parte dovuti a disagi contingenti come le torride temperature, 50 gradi all’ombra e rivolte dei musulmani del posto. Una lunga gestazione che il regista russo ( autore di Pari e Patta Leone d’Argento a Venezia) ha trasformato in un film d’autore, meritevole di aggiudicarsi un premio al festival.
Pillole dal 7°Festival Internazionale del Film di Roma. Arrivi
Atmosfera goliardica al Festival : “Il cane è più bravo di te”. E ancora: “Alè, Alè con un po’ di viagra sarai uno di noi!”. Così gli Ultras dei Vip accolgono gli attori italiani che capitano a tiro.
Work in progress
DOPO “LA CONQUISTA”, “IL POTERE”
Il regista e sceneggiatore Patrick Rotman ha annunciato che, dopo il film “La Conquete“, dedicato all’ascesa al potere di Nicolas Sarkozy e presentato fuori concorso a Cannes lo scorso anno, insieme al regista Xavier Durringer, ha iniziato la lavorazione di un lungometraggio intitolato “Le Pouvoir“.
Sarà girato nei saloni e nei corridoi dell’Eliseo durante la presidenza Hollande, che ha concesso l’autorizzazione. Patrick Rotman vuole riprendere la quotidianità del capo dello Stato francese: come lavora, come prende le sue decisioni. Attori saranno i personaggi stessi che collaborano con il presidente.
Una sorta di “West Wing” la fiction-saga dedicata ai presidenti americani, dal vivo però.
Insomma, dopo “La conquista”, “Il potere”. Sembra l’annuncio di una trilogia. Ma chi gli darà l’autorizzazione a girare “La caduta”? @thefrenchbo
CESARE DEVE MORIRE
Orso d’oro al Festival del Cinema di Berlino
Frank Serpico, quello vero, vive in un paesino di 200 abitanti, pranza tutti i giorni nella stessa trattoria, alleva polli e coltiva l’orto…
HARLEMVILLE – «Come si chiama il tuo giornale? Di cosa ti occupi? Dove vivi in Italia? Chi ti ha mandato qui? Chi ti ha dato il mio numero di telefono?». Difficile riuscire a fare delle domande a Frank Serpico, il poliziotto che fece della lotta alla corruzione poliziesca nella New York degli anni 60 una ragione di vita: gioca ancora d’anticipo ed è lui a investigare, anche a 73 anni, anche nella campagna di Harlemville dove si è ritirato da qualche anno in solitudine.
Scovarlo non è facile in questa valle a 300 chilometri da Manhattan: un grappolo di case, una scuola, non più di 200 abitanti e un meraviglioso paesaggio autunnale che varia dal giallo al rosso in mille sfumature. Tutti rispettano la sua voglia di riservatezza, poi la tentazione di scambiare qualche parola d’italiano («parlo come m’ha fatto mamma», dice subito) prevale e si fa trovare nel negozio-trattoria dove pranza quasi tutti i giorni. Quando sente che il governo italiano ha battezzato “Serpico” il cervellone che monitora le tasche di cittadini e imprese e dovrà contribuire ad arginare l’evasione fiscale, non si scompone. «Anch’io avevo il mio database per combattere la corruzione: allora i truffatori peggiori erano i più benestanti e sofisticati, esattamente come chi oggi se la spassa tra suv, barche e belle case senza pagare le tasse. Loro sono la rovina dell’economia. Gli altri lavorano e fanno il loro dovere, non saprebbero neanche come aggirarlo, il fisco».
Sguardo lucido, barba grigia e un modo di parlare a scatti che ricorda la sveltezza fisica di un tempo (l’andatura ora è un po’ curva, nei jeans neri e nella felpa grigia), Serpico vive in una casa di legno che si è costruito con le sue mani, alleva polli e coltiva l’orto. Gli piace mangiare solo cibi organici, sani e godersi una dimensione bucolica che prima o poi cercherà anche in Italia, dove vuol tornare e dove vivono i suoi parenti (è originario di Marigliano, in Campania).
Non sapeva ovviamente che fosse stato usato il suo nome per il database antievasione, ma la cosa non lo disturba: «Non conosco i fatti e dunque non dico nulla, ma apparentemente l’obiettivo è lo stesso per cui mi sono battuto. E finché la parola “Serpico” è associata a cause nobili o che comunque non tradiscono il mio pensiero e i miei valori, non c’è alcun problema. Gli esempi sono tanti, a volte bizzarri. Dai vini agli occhiali da sole, dalle corse di cavalli alle agenzie investigative, fino agli hamburger che non mi sogno di mangiare: Serpico è ovunque, in realtà. E spesso mi invitano a parlare o promuovere degli eventi che seleziono con cura», racconta tra un cucchiaio di minestrone e l’altro, seduto accanto a Elle, la sua compagna francese. «Quando mi accorgo che il mio nome è usato in modo scorretto – aggiunge in tono serio – o che si travisa la mia storia, come è accaduto nel libro di un professore universitario che ha scritto il falso, beh, scattano le vie legali».
Proprio la sua storia dice meglio di tante parole che quando Frank Serpico si mette in testa una cosa non c’è da scherzare. Furono la sua testardaggine e la sua tenacia a fargli dare la caccia non solo a criminali, pusher e mafiosi ma anche ai colleghi in divisa corrotti. Osò, giorno dopo giorno, anno dopo anno, incrinare un muro di omertà compatto come pochi nelle file della polizia, pagando a carissimo prezzo il suo coraggio: «Sono 35 anni che ho in testa i frammenti di quella pallottola che mi colpì in piena faccia», dice, rievocando l’episodio cruciale del 1971 con cui si apre il film cult con Al Pacino: l’irruzione in un covo di spacciatori, il colpo di pistola, l’indifferenza degli altri “sbirri”.
Troppo anche per un ambiente così corrotto. Ne scaturì una commissione d’inchiesta, la Knapp, che scoperchiò la pentola rivelando il marcio che si annidava tra le forze dell’ordine, tra mazzette, coperture di malavitosi e giri d’affari colossali. Serpico diventò “Serpico”, appunto, osannato e celebrato come il paladino della giustizia. Ma dentro la polizia di New York molti non gli perdonarono quella rivoluzione. E tuttora, dice lui, c’è chi non lo sopporta, lo ritiene un corpo estraneo. Dopo gli onori e la notorietà, Serpico scelse di allontanarsi dagli Stati Uniti, passò del tempo in Svizzera per riprendersi dal trauma, viaggiò a lungo in Europa raccontando la sua storia prima di riparare ad Harlemville alla fine degli anni 80. «Allora sembrò che le cose fossero cambiate, in realtà non è così.
È il sistema, nel suo profondo, che non funziona e non si può far nulla se non agire per il meglio a livello individuale», commenta con una punta di amarezza.
di Eliana Di Caro per il Sole24Ore






