LA GRANDE TRUFFA DEI PARIOLI. ORA LA PROCURA DI ROMA VUOLE SPULCIARE ANCHE NEI CONTI DEI TRUFFATI DAL MADOFF ALLA VACCINARA

GIANFRANCO LANDE

Adesso il procuratore aggiunto Nello Rossi e il pm Luca Tescaroli guardano in tasca agli investitori che hanno perso tutto. Per capire da dove provenivano quelle ricchezze. E anche per sapere se chi ha incassato i rendimenti, ha anche pagato le tasse. La procura ha infatti intenzione di esaminare una per una le posizioni dei tanti che da anni si fidavano di Lande e gli consegnavano i soldi, certi che il broker ne avrebbe moltiplicato i rendimenti, i magistrati chiederanno la provenienza di quel denaro.
In molti casi si tratta effettivamente di risparmi o eredità, ma l’ipotesi è che tra i mille e 500 truffati ci sia chi non avesse mai dichiarato quelle cifre in Italia e che i soldi siano volati direttamente nei paradisi fiscali per mano del broker dei Parioli. Evitando così le maglie del fisco. In tanti dovranno anche dimostrare la propria buona fede e sostenere che ignorassero il fatto che Lande non avesse i titoli per la raccolta dei capitali.
Ed è caccia anche al tesoretto che Gianfranco Lande, dominus della truffa dei Parioli, ha fatto sparire. I pm sperano di recuperarlo nei paradisi fiscali, dove il Madoff di casa nostra faceva fruttare i risparmi dei suoi mille e 200 clienti, quelli di Paolo e Sabina Guzzanti, come quelli di Giuseppe e Paolo Piromalli. Le rogatorie internazionali sono già pronte e partiranno nei prossimi giorni per Malta, il Regno Unito, la Svizzera, il Lussemburgo, le Jersey Island, le Isole Vergini Britanniche e la Bahamas, dove di certo Lande ha investito una parte di quel denaro in due fondi bloccati.
Circostanze che mettono nei guai anche clienti truffati. Molte delle vittime potrebbero presto trasformarsi in indagati, per concorso nell’esercizio abusivo dell’attività finanziaria, ma anche per evasione fiscale e, come ultima ipotesi, per riciclaggio. Così il primo passo è rintracciare i 300 milioni che Lande dice di non possedere. Perché quello che finora gli uomini del nucleo valutario, della Guardia di Finanza, guidati dal colonnello Leandro Cuzzocrea, hanno rintracciato è ben poco rispetto alle somme sparite nel vorticoso giro di investimenti della Eim, della Egp e della Dharma.
Su disposizione del gip Simonetta D’Alessandro sono stati sequestrati a Lande “soltanto” una casa di sei stanze accatastata tra l’altro come popolare (che il broker possiede insieme ad alcuni parenti) e un magazzino sulla Tiburtina, in via Edoardo Arbib, poi una villa a Orani, in provincia di Nuoro.
Nel corso dell’interrogatorio, poi Lande ha informato gli inquirenti di essere il proprietario anche di un appartamento a Londra, nel quartiere Mayfair, e di una barca. Troppo poco. Anche gli immobili sequestrati alla compagna di Lande, Raffaella Raspi, direttrice della Egp anche lei in carcere da dieci gioni, sono briciole rispetto alla quantità di denaro scomparso.
In via Paolo Frisi, ai Parioli, la Finanza ha sequestrato a Raffaella Raspi un appartamento di sei stanze, un magazzino e un garage, mentre in via Fauro, sempre ai Parioli, il dispositivo del gip ha interessato un appartamento e un magazzino, tutti intestati alla Farren limited. I beni più consistenti sono stati sequestrati invece a Roberto Torreggiani: una multiproprietà a Venezia, nell’isola della Giudecca.
Poi due appartamenti a Roma in via Giacinta Pezzana, a due passi da Villa Ada, dove Torreggiani aveva anche un garage. Poi un appartamento all’Argentario e una multiproprietà a Cortina, intestata alla sua compagna, Fausta Pugliese. A Giampiero Castellacci de Villanova invece sono stati sequestrati tre appartamenti ai Parioli, uno in viale Bruno Buozzi, l’altro in via Luigi Luciani, il terzo in via dei Monti Parioli. Poi ci sono la Porsche, l’Audi e la Bmw di Lande; la Jaguar, la Mini Minor e la Minicooper di Raffaella Raspi; la Mercedes e la Smart di Torreggiani; la Golf e la Mercedes di Castellaci.
Nulla rispetto al tesoro sparito. Tanto che il pm Luca Tescaroli ha disposto anche il sequestro dei motorini degli indagati, oltre a quelle 26 società che sarebbero, però, scatole vuote. Nulla invece ad Andrea Raspi, il cognato di Lande. Oggi intanto il Tribunale del Riesame esaminerà la posizione di Roberto Torreggiani. E’ probabile che la decisione dei giudici sulla scarcerazione non arrivi subito. Per gli indagati le accuse vanno dall’associazione a delinquere transnazionale finalizzata all’abusivismo finanziario, truffa e appropriazione indebita.
Ma all’esame della magistratura c’è anche la posizione dei broker che qualche anno fa avevano consegnato a Lande 14 milioni dei fratelli Piromalli. E quale fosse il ruolo di Antonio Coppola, un altro calabrese che a luglio si presentò da Lande per avere indietro i soldi spariti. Di quella cifra il broker dei Parioli aveva restituito solo sei milioni. Il denaro era finito nelle mani di Lande attraverso un mediatore finanziario e un commercialista di Forlì, Matteo Cosmi e Giuseppe Guliano Ricci, adesso indagati con l’ipotesi di riciclaggio.

di Valentina Errante per “Il Messaggero”

LA GRANDE TRUFFA DEI PARIOLI. UNA MANDRAKATA DEGNA DEL SEQUEL DI “FEBBRE DA CAVALLO” DEI FRATELLI VANZINA, ANCHE LORO TRA I TRUFFATI

La Madrakata

Razza pariola. Non c’è nessuna scalata, stavolta, solo una stangata ai danni di clienti vip e gente comune. Al centro della tela non capitani coraggiosi ma la stirpe rampante ed eletta della Roma bene che imbarca su un volo di fantasia per un paradiso fiscale sogni di benessere e promesse di felicità.

Qualcosa di molto simile a una catena di sant’Antonio di azioni, obbligazioni e liquidità che finisce lontano dai controlli legali e precipita in un gorgo di raggiri, bugie, improbabili e impossibili piani di rientro. Nella muta verità di un telefono che squilla a vuoto scorrono i titoli di coda della grande truffa capitolina. Uno schema Madoff alla amatriciana in cui emerge la sagoma del trafficone Gianfranco Lande e la leggerezza del pariolino Giampy, genius loci e cavallo di Troia di una messinscena finanziaria che ha gabbato imprenditori, attrici, politici, registi, stilisti, architetti, professori, ex calciatori.
Tra le vittime Sabina Guzzanti, che prima l’ha presa a ridere, ma dopo si è beccata anche la rampogna della canea internettara sul suo blog. Fregata e mazziata. Come David Riondino, che l’ha buttata, invece, sul metafisico: «Mi rispondevano sempre che il denaro fermentava e cresceva sereno, come le opere buone. Ah l’impalpabilità del denaro: appare e scompare all’improvviso, come il silenzio di Dio».
Nel porto delle nebbie di una vicenda che si muove tra piazza don Minzoni e il bar Euclide, tra Porsche in doppia fila e polli da spennare, emerge il tratto sgomitante di una cricca di rentiers sgangherati, affaristi ingordi, broker impuniti, arrivisti senza scrupoli. La saga dei furbetti dei Parioli sembra una pagina strappata al romanzo di Piperno, Con le Peggiori intenzioni, con arrampicatori sociali disposti a tutto e il nonno Bepy che perde i suoi risparmi, nella trama disordinata e grottesca di una commedia umana che ha come sfondo il Parnaso e piazza delle Muse. Più che una dinasty familiare sembra la sceneggiatura di un remake.
La Mandrakata, con tanto di citazione dell’originale Febbre da Cavallo. C’è, infatti, chi è andato, addirittura, a farsi giustizia sotto casa, e pare che siano volati anche due schiaffoni, come nemmeno «il Ventresca» con «il Pomata», nel film di Steno. Un copione più vero del vero, che va oltre ogni immaginazione, e, in un cortocircuito metacinematografico, coinvolge anche il figlio del regista, lo sceneggiatore Enrico Vanzina, che si è lasciato convincere dalle allettanti promesse del bancomat della felicità.
Dammi i tuoi soldi, non chiedermi niente, il ritornello è sempre quello, e prevede ricavi garantiti. Tranquillo. E certo che tranquillo, come si dice a Roma, ha fatto una brutta fine, la stessa fine del denaro. Puff, sparito. Si rammarica Vanzina: «Come a Monopoli, soldi di carta». Una favola amara, certo. Per ogni ignaro Pinocchio, sempre loro due, il gatto e la volpe che avrebbero trasformato il quartiere bene di Roma in un campo dei miracoli, un salvadanaio a cielo aperto.
Tu metti i soldi, noi li facciamo fruttare. Chi vuol esser milionario? Senza l’aiuto da casa, la formula magica ce l’hanno loro: investimento sicuro, guadagno facile. La moltiplicazione non riesce, il paradiso all’improvviso si trasforma in un inferno. Per le vittime, che vedono il loro patrimonio trasformato in una tigre di carta, e per Lande e i suoi ex soci che dopo aver agitato un turbinio di movimenti di denaro ed interessi, si incarogniscono a praticare uno scaricabarile poco commendevole, come si trattasse di una pochade, o di un cine-panettone: Natale ai Parioli, con Giampy a confondersi con lo spumeggiante Dav, lo svedese dei Parioli di Piperno, controfigura di Tom Cruise o, forse, imitazione di Christian De Sica: aitante, di buona famiglia, con tre cognomi, la battuta pronta, il bolide ruggente sotto il sedere. Genere la sera sgommavamo a piazza Euclide, mentre adesso è meglio girare alla larga.
La chiacchiera da bar e il gossip salottiero non fanno sconti e fanno più male di un ceffone. Naso arricciato e smorfia di disgusto, il pariolino doc rabbrividisce davanti agli squaletti sdentati della finanza creativa circonfusi da un aura di glamour posticcio e impastati di ribalderia, furbizia, arte di arrangiarsi, vanteria. Un goccio di ambizione in un oceano di arrivismo. Mors tua, vita mea, e vinca il peggiore. Un clamore esagerato che manda in corto il ron-ron di un quartiere in cui gli affari si sono sempre conclusi in silenzio, con un sorriso e una stretta di mano, su un balcone e nello spogliatoio di un circolo.
Il disfacimento dei valori, e dell’orizzonte estetico, della borghesia novecentesca raccontata da Moravia, un ritorno al tempo dei Ragazzi dei Parioli, il film di Sergio Corbucci, la cui vedova Nori è tra le vittime della truffa, con la noia dei giovani rampolli che bighellonano sulle lambrette aspettando il tramonto su villa Borghese per iniziare le loro notti di baldoria e di bravate. Quegli avventurieri che desideravano farsi solo qualche bella ragazza hanno indurito la mascella e hanno messa la bandana dei predoni senza scrupoli.
Come sono cambiati i Parioli, signora mia. La spensieratezza che ha il ricordo dello sferragliare del tram a piazza Ungheria, delle partite all’Assunzione, delle cene in qualche trattoria che sembra New York, fa lo stesso effetto nostalgia di quando si prendeva un cono dai «tre Frocetti» e partiva l’aneddoto sulla Dolce Vita: e quella sera Mastroianni, e Totò, che ha abitato a Monti Parioli, e Fellini, che non pagava mai in contanti.
Un flash, e tornano le ragazze in Barbour, il motorino SH, le famiglie che andavano a pranzo insieme la domenica, via Fauro, il teatro Parioli, Maurizio Costanzo, l’allora diessina Giovanna Melandri che distribuisce volantini anche ai ragazzini con la croce celtica tatuata. E, sempre, il sabato al Piper. La libertà e la voglia di futuro di almeno tre generazioni. Il sigillo di una storia che porta imprenditori, liberi professionisti e cinematografari a scegliere il quartiere incastonato tra il Lungotevere, la Salaria e il centro come buen retiro per viverci o per lavorare, e che spinge Barbara Palombelli a considerarlo parte di quella Roma «di cui vale la pena».
Ma cosa rimane oggi di quello che è stato per anni considerato il salotto dell’establishment? A parte qualche scheggia delle storie da Roma nord di Federico Moccia, gli incidenti tra Niki e Alex, gli incontri fra Step e il Negro, le cravatte che, come le griffe, dicono delle persone più di quanto non facciano i loro discorsi, i soliti figli di papà con il cachemire d’ordinanza e ninfette sbarazzine che un po’ fanno rimpiangere, e un po’ no, le altezzose ragazze con la gonna scozzese sotto il ginocchio.
Yuppies fuori tempo massimo dal mocassino gagliardo e il Rolex Daytona in bella vista. Un lusso pret a porter: vedere e farsi vedere, parlare e farsi sparlare dietro. Più che essere, sembrare alla moda. E dirsi avanti: al tempo e agli altri. Non la rassicurante ricchezza dell’avere ma l’ebbrezza di rischiare, tra scorciatoie e furbate, per averne sempre e di più. La moglie e l’amante, le regole e le eccezioni, e, perfino, qualche vittima della truffa che rischia di essere indagata per riciclaggio. Tutto si mescola e si confonde: il nobile di alto lignaggio e il cafone arricchito.
Un cotè che vorrebbe essere high society ma è generone romano, un filo pataccaro e perennemente abbronzato. Tende i muscoli e stira le rughe, vorrebbe avere il sole in tasca, ma per ora si fa tre lampade a settimana. Tutto, anche l’aperitivo, diventa un rito di misurazione dell’ego, una gimkana tra «cool, chic, upper class» spruzzati nell’happy hour pieno di bollicine e carte che strisciano.

Il rombo delle Porsche viene messo in discussione dal ronzio delle macchinine dei bimbi-minchia che vincono la noia con le bravate e si vedono già broker nella City. Sono i pariolini di domani, tendenza Giampy. La nuova razza pariola che non ha niente da chiedere perché può avere tutto. Tutto tranne il gelato dei tre Frocetti, la prima volta che hanno passato Children al Piper, e il sorriso di quella ragazza, quando il problema era l’odore del Barbour e non certo quello dei soldi. I ricordi – quelli almeno – danno rendimenti certi.

di Francesco Persili per “il Riformista”

LA GRANDE TRUFFA DEI PARIOLI. PARLA LA MOGLIE DI GIAMPI CASTELLACCI: “MA QUALE MADOFF! A NOI C’HA ROVINATO IL LANDE…”

Gianfranco Lande

La voce è energica, benché sembri venire dalla stiva di una nave in tempesta: «Sono Consuelo Castellacci, basta fango!» . Prego? «Lei ha scritto un pezzo tremendo, mio marito Giampiero l’avete già bell’e condannato. Ora deve far parlare anche me. Il mio avvocato mi ha detto di non telefonarle che è peggio, ne ricaverò altro fango: ma sono troppo arrabbiata, mi ascolti, non le mentirò» . Nella grande truffa dei Parioli non ci sono solo gli stereotipi sul Madoff alla vaccinara, che tanto offendono la signora Consuelo; non soltanto le copertine di qualche periodico patinato che fotografano il glamour fasullo di affaristi ingordi, bellone in decolleté e bamboccioni sessantenni disposti a tutto; e nemmeno la disperazione di chi, non essendo milionario, aveva puntato, o la va o la spacca, sulla moltiplicazione dei risparmi promessa da questi furbetti del quartierino-bene.

C’è anche una voce di donna che trova il coraggio di levarsi dal lussuoso appartamento di Monti Parioli dove ormai da anni s’è consumata la fine di un matrimonio, «siamo separati in casa da prima che cominciassero questi guai, per ragioni sentimentali… lui era un farfallone» .

Eccola qui, dunque, la moglie di Giampi, al secolo Giampiero Castellacci de Villanova: che nonostante rovesci giudiziari e amarezze affettive continua a fare la moglie, anche perché ha da difendere, comprensibilmente, il futuro di Francesco, il figliolo ventitreenne con la passionaccia per la Formula Tre, e quel tanto o poco che resta dei quattrini di famiglia. «Siamo sul lastrico» , dice.

Non tutti sono disposti a crederle. «Quindici giorni fa li hanno visti a Cortina, altro che lastrico» , mormora qualche vocina dalla platea inviperita dei truffati. «Non tollero che mio marito venga definito truffatore, non lo è» . Scusi, signora, ma il giudice che l’ha arrestato, per ora, la vede diversamente.

«Beh, mio marito ci ha messo pure i soldi suoi, ci credeva, eccome, a quel Gianfranco Lande, il capo di tutto l’affare. E ci ha messo anche i soldi dei fratelli, che non ha affatto portato via come lei scrive: anche loro ci hanno creduto, anche loro hanno messo i danari spontaneamente. Come migliaia di clienti in tutti questi venticinque anni. Mica li ha minacciati con la pistola alla testa, sa? Ci credevano. Pure Enrico Vanzina, ho letto quello che dice: beh, funzionava talmente bene questo affare che lui ha portato la moglie direttamente da Lande, per farle investire i suoi soldi. Lo sapeva o no?» .

Vanzina, per la verità, dice piuttosto che era «come a Monopoli: soldi di carta» , quelli veri se li erano già fregati Giampi e Lande mentre sparavano ai clienti cifre a casaccio di cui nessuno aveva la disponibilità: «una truffa enorme» . Consuelo, che di mestiere fa l’architetta, difende la trincea di famiglia come un avvocato ostinato: «Senta, Lande è la vera mente, un disgraziato. Ha arraffato i soldi e li ha nascosti chissà dove, io lo sapevo che prendeva certi aerei per l’estero» .


Ma tutti, nella Roma salottiera rimasta con un palmo di naso, giurano che senza il bel Giampi, il rampollo di buona famiglia arcinoto dalla spiaggia di Castiglioncello ai circoli di golf romani, nessuno si sarebbe fidato di una brutta grinta come quello lì. «Beh, questo è vero» , sospira la signora Consuelo: «Mio marito è stato un fregnone. S’è consegnato ciecamente a questo tipo che aveva conosciuto alla San Paolo tanti anni fa.

Lande faceva certe conferenze all’hotel Parco dei Principi illustrando la bontà dei suoi prodotti finanziari, Giampiero ha imboccato. Come lui, tanti, che non erano sicuramente cerebrolesi. Mio marito è stato il primo truffato» . E naturalmente questa è una storia a due facce, proprio come il quartiere dove è nata, quei Parioli che sono vecchio e austero benessere ma anche spaparanzata ricchezza piovuta chissà come. Il Giampi «truffato» non pare uno che passava di lì bendato: nelle 162 pagine con cui il gip ne ordina l’arresto assieme a Lande e tre complici dell’imbroglio, è indicato come «amministratore della E. i. m.» , la società dei miracoli nel cuore della Roma pariolina.

Vero è che anche molte sue vittime vere o presunte lo descrivono come un batuffolo di leggerezza. Dunque? «Mio marito è nato molto bene. Mia suocera, che era una cugina di Mimosa Parodi Delfino, ha mandato i figli in collegi svizzeri, hanno studiato tedesco. Lui ogni tanto si sbagliava ancora, incespicava su qualche parola italiana. Non si è laureato. Quando l’ho conosciuto avevo trent’anni, lui 38. E uscivo da una relazione cervellotica. Volevo uno semplice, con poche cose in testa. Giampiero era così» .

Ma per quanto uno abbia la testa lieve, è dura immaginare che rendimenti al 15 o 20 per cento non nascondano inghippi… «E allora perché tanti gentiluomini non ci hanno pensato? Perché non denunciano? Glielo dico io: perché in certi ambienti appena senti parlare di guardia di finanza il panico è completo, nessuno vuole rogne» . E questo intrigo già da adesso si profila come un gigantesco scaricabarile, rogna tua salvezza mia. «Mio marito non è un agnello di Dio, d’accordo. Però ha portato ai giudici il suo contratto di consulenza, lui era un dipendente di Lande, capisce?» .

Andiamo… «Giampiero non merita di stare in cella coi delinquenti, non me lo fanno vedere e ha anche l’ulcera come suo papà: ha perso dieci chili. Lande di promotori ne aveva una ventina, Giampiero era uno dei venti. Li faceva motivare anche dagli psicologi, quando erano giù di corda. Adesso pare che mio marito sia il Male e gli altri Alice nel paese delle meraviglie. Ma allora venivano» . I soliti avidi, magari. Magari gli stessi che ricordano come l’ultima casa a Cortina se l’era comprata appena l’anno scorso, Giampi: quando le cose già volgevano al brutto. «È tutto sequestrato» .

Consuelo lo giura sul figlio: «A settembre abbiamo capito che Lande era un delinquente» . Lento, oltre che lieve, il nostro Giampi. «Lei non faccia lo spiritoso, io Giampiero lo rispetto» . Gli ha mai chiesto come facevano ad avere rendimenti così alti? «Sì» . E lui? «Diceva: Lande è un genio» . Lande in cella fa lo sciopero della fame. «Ciccione com’è, gli farà bene»

di Goffredo Buccini per il “Corriere della Sera

LA GRANDE TRUFFA DEI PARIOLI. IL MADOFF ALLA VACCINARA

"truffati" (fotomontaggio Dagospia)

Era il ragazzo di casa, nella Roma pariola: quello con cui manderesti tranquillo tua sorella a mangiare una pizza da Celestina, belloccio, educatissimo, inoffensivo. Era il vicino di sdraio sulla spiaggia di quella Roma, la Castiglioncello ruggente degli anni Sessanta, dove l’ombra dell’ombrellone accanto rinfrescava i Risi e i Vanzina, Susi Cecchi d’Amico e Mastroianni, Sordi e Panelli, e ancora si sentiva il rombo del Sorpasso di Gassman sull’Aurelia che scorreva lì dietro piena di promesse.
Sua mamma, la nobildonna Edvige Delfino, cui la morte nel 2009 ha risparmiato questa vergogna, chiacchierava e beveva soft drink al caffè Ginori d’estate e al bar Euclide d’inverno, con le mamme di quelli che, quarant’anni dopo, lui ha raggirato. Perché questa di Giampiero Castellacci de Villanova è soprattutto una storia di amicizia tradita, di memoria offesa. E, in fondo, la storia d’un modo d’essere dei Parioli, nuovo, rampante e trafficone, che ne sovrasta un altro, antico, colto e discreto, quello di cui, per dire, si trova traccia nella Casa del padre di Giorgio Montefoschi: villini non pretenziosi, minuscoli giardini, «il rumore delle stoviglie raccolte e portate in cucina». Il mistero di questo attempato rampollo della Roma dal sangue blu – arrestato la scorsa settimana con quattro complici per una stangata da 170 milioni di euro a 700 clienti in buona parte vip – è che lui, Giampi, racchiude il vecchio e il nuovo, è l’alfa e l’omega di un’Italia a cui il sorpasso sta finendo in carambola.
E contiene anche i tormenti di molti di quegli amici, che pensavano di avere trovato l’Eldorado – rendimenti prima al 20, poi al 12 per cento – e adesso stanno in un limbo tra vittime e furbastri. «Posso dirle quanto sono scema io e quanto sono mefistofelici e geniali questi signori», sbotta Claudia Ruspoli, figlia del principe Lilio: «Nobile Giampiero? Da nobile non si è davvero comportato. Ma non le farò i nomi dei miei compagni di sventura». Che sono tanti e, tra Roma e Milano, hanno scatenato il giochino di società su chi s’è fatto fregare dal Madoff alla vaccinara. Perché in questa storia – scritta tra quella via dei Monti Parioli dove abitava Giampi con la moglie Consuelo, sua fidanzatina di gioventù, piazza don Minzoni, prima base della sua società di truffatori, e via di Villa Grazioli, ultima e più sfarzosa sede sociale – le denunce, una cinquantina, sono meno di un decimo dei clienti. Insomma, i conti non tornano…
Roberto D’Agostino, uno non amato da tutti, ma che in una certa Roma conosce quasi tutti, la mette giù piatta: «Il problema è che se fai denuncia ti possono chiedere da dove venivano i soldi che avevi dato a questa gente». Già, perché c’è in ballo lo scudo fiscale e, a fronte di un certo numero di povericristi che magari hanno visto polverizzare i loro risparmi, impazza la vulgata su vip ingordi e soldi sottratti alle tasse; senza dimenticare un’idea radicata in un pezzo d’Italia: che il denaro sia, in fondo, sterco del demonio, ragione che ha spinto certi fan di Sabina Guzzanti, vittima del raggiro, a dirle «ben ti sta» via Internet. «La materia è delicata, bisogna evitare scivolate», mormora infine il papà di Dagospia, colto da un’inconsueta cautela che la dice lunga sulla qualità dei clienti.
I primi nomi danno il senso del contesto: un avvocato di fama indiscussa come Titta Madia, una pattuglia di nobili tra cui Gianfranco Serraino Flory (golfista: galeotto fu il golf club di Prima Porta frequentato anche da Giampi), attori, cantanti, costruttori, Massimo Ranieri accanto ai Piperno e a Stefano Desideri detto er Sarsiccia nei suoi anni a metà tra la maglia giallorossa e quella nerazzurra. Gli aneddoti rendono il clima: ecco la piccola ma famosa editrice che aspetta il nostro in piazza don Minzoni per azzannarlo, «hai fregato mia figlia!», ecco il duo di palazzinari pugliesi che s’apposta sotto via di Villa Grazioli giurando «ci pensiamo noi». Non è detto che la galera sia la sorte peggiore che poteva capitare a Giampi e ai suoi amici: specie a Gianfranco Lande, una bella grinta plebea da contrapporre ai quarti di nobiltà di questa storia, vero padre-padrone del gruppetto. «Giampiero è stato l’amo, con le sue amicizie, i suoi rapporti. Chi voleva che desse ascolto a uno come quel Lande?», medita una sciura del nord che pure ci ha rimesso una buona barca di quattrini inseguendo il miraggio. Molti si stavano svegliando.
Alcuni di malumore. Come quei pugliesi inferociti che, dai e dai, riusciranno infine a rifilargli due ceffoni per strada. Come le distinte dame che aspettavano Lande e fidanzata davanti al Caminetto, altro ristorante simbolo dei Parioli, per prenderli a male parole. O come i melomani che gli facevano la posta addirittura al teatro dell’Opera, rovinandogli la Bohème. Naturalmente è un antipasto. Dalla pattuglia dei clienti ancora in ombra, il primo nome che spunta, forse proprio per via dell’antica malia di Castiglioncello, è quello di Enrico Vanzina, un altro eterno pariolino della porta accanto. Il figlio del grande Steno non vorrebbe parlare, poi dice «qualcosa, ma solo per amicizia», così dimostrando che, fidandosi d’un giornalista, poteva fidarsi in perfetta buonafede anche di Giampiero Castellacci. «Sono una vittima, è una truffa colossale, che non provino a rovesciare la storia sui giornali! Quella gentaglia mi ha fregato i soldi». Soldi affidati a Giampi dalla madre di Enrico, morta nel ’93. Passare da furbetti che inguattano quattrini all’estero è un comprensibile incubo per molti dei personaggi pubblici tirati in ballo. «Io sono uno di quelli che paga più tasse in Italia e ogni anno faccio lavorare migliaia di persone con i film».
Sapere che il nobiluomo Castellacci, con le sue vacanze quasi obbligate al Quisisana di Capri e a Saint Tropez, è forse la prima vittima di questa catena di sant’Antonio, col suo ruolo di specchietto per le allodole, non è gran consolazione. Persino alla sorella Consuelo e al fratello Mino ha portato via i quattrini, pur di obbedire a Lande, che intanto si candidava al premio faccia di tolla, spiegando ai clienti: «C’è una crisi di fiducia, sa, dopo quel Madoff…». Ora, sulla chat del sito dell’Aduc, l’associazione dei consumatori, i pariolini e non, per adesso coperti da nomignoli anonimi come Jonnyny o Doris Day, si scambiano pensierini di questo tipo: «Sono banditi come Tanzi o Cragnotti e presto saranno liberi di godersi i nostri soldi». Ma certi paragoni sono avventurosi. Ai Parioli apparve negli anni Ottanta tale don Antonio Leghissa, ex superiore dei Clarettiani. Non era un Cagliostro della finanza, ma prometteva «un passaggio per il Paradiso» e interessi al 19 per cento. Prima d’accorgersi che li stava fregando tutti, gli misero in mano 25 miliardi di vecchie lirette.

di Goffredo Buccini per il Corriere della Sera
31 marzo 2011