FACEBOOK: LA MACCHINA DI SPIONAGGIO PIÙ SPAVENTOSA CHE SIA MAI STATA INVENTATA

Facebook è la macchina di spionaggio più spaventosa che sia mai stata inventata. Si tratta del database più completo al mondo di persone, con i loro rapporti, i loro nomi, i loro indirizzi, il luogo in cui si trovano, le loro comunicazioni con gli altri e con i loro parenti. E il tutto è all’interno degli Stati Uniti, il tutto è accessibile all’Intelligence Usa“.

Julian ASSANGE

WIKILEAKS. CHE COSA C’È NEI DOCUMENTI SU GUANTANAMO

The Guantanamo Face

The Guardian, in contemporanea con il New York Times, Le Monde e il Washington Post, ha pubblicato circa 700 file “classificati” relativi ai detenuti di Guantanamo. I documenti contengono sia le informazioni già trapelate, che quelle mantenute – almeno fino a ieri sera – riservate. Particolarmente interessanti i file relativi alle informazioni raccolte dall’intelligence americana sui rifugi dei leader di al Qaeda, Osama Bin Laden e il suo vice egiziano Ayman al Zawahiri, subito dopo gli attentati dell’11 settembre. Secondo questi documenti, già quattro giorni dopo gli attentati a New York e Washington, Bin Laden si recò in una guesthouse nella provincia di Kandahar, dove incitò i combattenti arabi riuniti a “difendere l’Afghanistan dagli invasori stranieri” ed a  ”combattere in nome di Allah”.

Tra i detenuti di Guantanamo un vecchio di 89 anni, malato di cancro alla prostata e affetto da demenza senile

I documenti di Wikileaks su Guantanamo confermano –  secondo il Guardian che ha scandagliato i documenti dopo averli ricevuti dal New York Times - come tra i prigionieri finiti nella base-prigione per sospetti terroristi a Cuba ci fossero individui privi di alcun valore nella ‘scala del rischio terroristico’. Tra questi Mohammed Sadiq, un contadino afghano all’epoca di 89 anni malato di demenza senile, e un ragazzino di 14 imprigionato dopo esser stato rapito e costretto ad arruolarsi in una banda talebana.

“SEDOTTO DAI TIRANNI”. NEI FILE SEGRETI DEL DIPARTIMENTO DI STATO, I GIUDIZI AMERICANI SUI RAPPORTI TRA IL PREMIER E I LEADER PIÙ CONTROVERSI, DA GHEDDAFI A PUTIN

Scherzi, barzellette e affari privati. Ministri e diritti umani lasciati fuori dalla porta. Compagni di business accettati allegramente. Silvio Berlusconi è sempre più affascinato “dai leader assertivi”, è sedotto dai tiranni, da quei dittatori che irrimediabilmente condizionano la politica estera italiana. Come avvenuto in queste settimane, con Roma schierata fuori dall’asse euroatlantico su Libia, Egitto e Tunisia. Gheddafi, Mubarak o Ben Ali. Lukashenko o Putin. Gente determinata con la quale discutere di tutto scordandosi per qualche ora un Paese alla deriva, segnato da un governo litigioso nel quale i ministri usano la sponda di Washington per farsi la guerra. Arrivando a suscitare sospetti di doppio gioco nella lunga maratona già partita “in attesa di capire chi prenderà il potere dopo Berlusconi”. Gli Stati Uniti dedicano molta attenzione agli incroci pericolosi del Cavaliere, un uomo che con i despoti trova grandi affinità. Così una lunga serie di cablogrammi da anni viaggiano tra l’ambasciata Usa a Roma e il Dipartimento di Stato di Washington.  ne è entrata in possesso concedendo a L’Espresso l’esclusiva italiana. Repubblicane anticipa alcuni passaggi che rendono il tono di quei rapporti imbarazzanti che gli americani riassumono così: “Vecchi amici, nuovi affari”.

MUBARAK E BEN ALI
Mubarak e Berlusconi dopo cena “si raccontano i loro incontri con quel pazzerello di Gheddafi e ridono“. All’insegna dell’allegria anche l’ultimo pranzo tra il Cavaliere e il tunisino Ben Ali. Il premier gestisce il “sexier portfolio”, ossia delle relazioni più “interessanti”, lasciando a Frattini la parte noiosa. Così il premier sembra scordarsi dell’interesse nazionale. Lo sintetizzano gli americani nel rapporto sul summit con Ben Ali, il primo tiranno del Maghreb caduto sull’onda delle proteste popolari. Il 18 agosto 2009 si vedono a Cartagine. Il premier italiano dispensa “barzellette su Obama e sul Papa” in quella che viene definita “una visita così privata che nessuno dei due ministri degli Esteri è stato coinvolto“. Ma il Cavaliere non si presenta da solo: con lui c’è il tunisino Tarak Ben Ammar, la cui presenza viene spiegata così all’amministrazione Usa: “È socio d’affari e consigliere di lunga data” di Berlusconi. Del quale vengono sottolineati gli “interessi” privati in Tunisia, che “comprendono studi cinematografici, società di distribuzione e il 50% di Nessma tv” che possiede proprio con Ben Ammar. Gli americani stigmatizzano la surreale motivazione di quell’incontro: “Per la stampa locale hanno firmato un accordo per produrre energia in Tunisia che in realtà è stato firmato nel 2003“.

GHEDDAFI ADDOMESTICATO
Mubarak e Berlusconi, invece, si scambiano pacche sulle spalle attribuendosi il merito di avere addomesticato il Colonnello. “Italia ed Egitto condividono lo stesso pensiero – scrive la diplomazia Usa – ritengono di meritare il più grande credito per avere ammorbidito Gheddafi“. Gli incontri con il dittatore libico sono sempre seguiti con ansia. “Discutono solo in termini generici” di immigrati, ma in compenso “si sono scambiati doni carini”: Silvio “ha promesso di restituire la statua della Venere di Cirene”, Gheddafi “gli ha regalato un moschetto dell’occupazione italiana”. Provocazione che il Cavaliere non sembra cogliere quando loda “l’esperienza” del Colonnello e “le opportunità di business” per l’Italia a Tripoli. E gli americani si fanno l’idea che Berlusconi abbia offerto al dittatore “i suoi buoni uffici con gli Usa”. Di certo, aggiungono, accetta di aprire “fondi sovrani senza trasparenza”, come l’investimento libico in Unicredit.

INCOGNITA PUTIN
Un’altra amicizia vista come fumo negli occhi è quella con Putin. Dopo un vertice del 2002 due file segreti ne descrivono l’origine. Quando lasciano il Cremlino e volano nella dacia di Soci scocca la scintilla: “Putin ha telefonato a Bush alla presenza di Silvio per chiedergli di accelerare le trattative in modo da firmare il trattato Nato-Russia durante il summit di Pratica di Mare“. Gli americani sono stupiti e imbarazzati per questa infatuazione. Poche ore dopo il rientro a Roma Berlusconi incontra l’ambasciatore Usa Mel Sembler e gli chiede di inoltrare “una richiesta personale” a Bush: “Vladimir deve essere visto come parte della famiglia della Nato“. Annotano gli americani: “Non capiamo se la cosa interessa più a Putin o più a Berlusconi”. Chi cerca di essere sdoganato da chi?

ACCONDISCENTE SUI DIRITTI
Washington è infastidita dall’accondiscendenza con cui il Cavaliere tratta i dittatori, evitando di citare i diritti umani. Scrive l’ambasciata di Via Veneto: “Berlusconi preferisce evitare frizioni, anche se così trascura verità scomode“. L’ingrato compito di salvare le apparenze spetta alla Farnesina. Ci prova goffamente dopo l’incontro con il dittatore bielorusso Lukashenko, invitato a cena da Berlusconi nell’aprile 2009 provocando una bufera diplomatica. Frattini cerca di rassicurare gli americani: hanno parlato anche di diritti. Ma lo stesso Lukashenko smentirà. E un funzionario della Farnesina spiega: “Lo ha fatto per ragioni umanitarie: ci sono in ballo 30 adozioni di bambini bielorussi da parte di famiglie italiane”. Increduli di fronte alla politica estera del Cavaliere, gli Usa annotano: “Berlusconi ha deciso da solo di rompere l’isolamento di Lukashenko, non si è consultato con l’Europa”. Idem con Mubarak, che nel 2004 è a Roma. Tra uno scherzo e una battuta, il premier cita solo indirettamente il tema delle libere elezioni, mentre il presidente Ciampi chiaramente gli dice: “Ho sempre sottolineato la necessità di riforme democratiche ed economiche”.

TREMONTI E IL DOPO-CAVALIERE
Molti ministri di Berlusconi giocano di sponda con Washington per vincere partite interne. Nel 2009 Spogli scrive: “Abbiamo dei potenti alleati in Frattini e La Russa, ma si sono ripetutamente scontrati con il muro del budget eretto da Tremonti“. Su Afghanistan e Libano i due ministri chiedono a Washington per fare pressioni su Berlusconi contro il ministro dell’Economia. E così faranno altre volte. Gli americani non sempre sanno come districarsi. Su una commessa di aerei militari l’ambasciatore Usa scrive: “È possibile che lo staff di La Russa stia usando la questione come un’arma nella partita per la Finanziaria. Sperano di sollecitare un intervento di alto livello in loro favore. Ma in Italia nulla è mai certo“. Tremonti viene visto dagli americani come un uomo della Lega e pretendente dell’eredità politica di Berlusconi. Anche se piace perché blocca le “misure populiste” del Cavaliere, non convince per come affronta crisi. Il “contrappeso” ideale è Mario Draghi, come goffamente suggerisce all’ambasciatore Usa Francesco Galietti, “un leale collaboratore del ministro dell’Economia”. Ma, in un colloquio riservato, il governatore respinge le lusinghe statunitensi e rifiuta qualunque commento su Tremonti.

di ALBERTO D’ARGENIO per La Repubblica

OGGI A LONDRA SI APRE IL PROCESSO DI ESTRADIZIONE E JULIAN ASSANGE MINACCIA, IN CASO DI CONDANNA, DI RILASCIARE IN RETE IL FILE “DOOMSDAY”, CHE CONTERREBBE SEGRETI DAVVERO SCOTTANTI.

Un diluvio di file targati Wikileaks sta accompagnando le 48 ore che separano Julian Assange dal suo destino giudiziario: oggi si apre a Londra il processo per la sua estradizione in Svezia, dove la magistratura lo vuole interrogare sulle accuse di stupro e molestie mosse contro l’australiano da due donne. Il giorno dopo è attesa la sentenza.
Nel frattempo, lo staff del sito ha piazzato online 800 file del Cablegate, i dispacci dalle sedi diplomatiche statunitensi pubblicati a partire dal 28 novembre scorso: si tratta della “release” più importante in molte settimane scandite dalla pubblicazione di poche manciate di documenti.
La gran parte dei nuovi file arriva dall’ambasciata Usa di Londra, se ne contano oltre 240, ma non mancano quelli collegati al fronte nordafricano, con dispacci urticanti dallo Yemen, dalla Giordania, dall’Egitto e dalla Libia.
L’australiano ha deciso di gettare benzina sulle rivolte che stanno infiammando il mondo arabo. Per la prima volta dopo la caduta di Ben Ali in Tunisia – da molti collegata proprio ai dispacci Usa da Tunisi resi noti da Wikileaks -, è la stessa banda dell’australiano a mettere in relazione la pubblicazione dei file con le manifestazioni di protesta.
La Giordania, si legge nei cable, afflitta da una grave crisi economica spende l’80% del suo bilancio in un «servizio civile gonfiato» e in un «sistema di patrocinio» militare, che include il sostegno alle forze Isaf in Afghanistan dove sono schierati «850 soldati» di Amman, e dove, a gennaio 2010, i giordani erano pronti ad inviare più truppe, aerei F-16 ed elicotteri per partecipare a missioni di combattimento in cambio del sostegno finanziario americano. Rinforzi arrivati a dicembre 2010, con il governo che ufficialmente parlò di 300 soldati già presenti nel Paese. L’elenco pubblicato dal sito dell’Isaf conta invece 6 soldati giordani nelle file Isaf.
Gli Usa, scrive Wikileaks, non lesinano critiche neppure all’amico Yemen, Paese «con istituzioni deboli» e appalti pubblici «non trasparenti» secondo i diplomatici americani, in particolare di un maxi contratto per il porto di Aden, che ha dato luogo a forti proteste dei sindacati nel 2008.
Ancora 48 ore, poi chissà, potrebbe anche esplodere l’arma di fine di mondo, il file “Doomsday“, che conterrebbe segreti davvero scottanti, e che Assange ha promesso di pubblicare in caso di pericolo. E per lui, dipinto come un hacker paranoico dagli ex amici del Guardian, l’estradizione in Svezia è una “minaccia di morte”.

FONTE: “Il Messaggero”

PENSATORI DIGITALI. RIVOLUZIONARI E BORGHESI, HACKER E MILIARDARI, NERD E INTELLETTUALI TENEBROSI. DA CASTELLS A DE KERCKHOVE, DA STEVE JOBS A JEFF BEZOS, PER FINIRE CON CHRIS ANDERSON, IL DIRETTORE DI “WIRED”


TIM BERNERS LEE SUSAN CRAWFORD E HENRY JENKINS

Mark Zuckerberg, l’ex adolescente un po’ nerd inventore di Facebook, e Julian Assange, l’ex primula rossa di WikiLeaks, hanno dominato il 2010, dimostrando quanto la cultura di Internet sia, senz’ombra di dubbio, il nostro «Spirito del tempo». A delinearne i tratti sono anche i digital thinkers , i «pensatori digitali», come li chiama Prospect , che nel numero di gennaio pubblicherà la top ten delle dieci migliori menti che stanno preparando il «futuro digitale» (e ha già individuato nel Virtual Policy Network il nuovo think tank di riferimento del settore).

In attesa di conoscere la classifica del prestigioso mensile britannico, sono chiari i nomi di molti dei «pensatori digitali» che stanno maggiormente influenzando la cultura contemporanea. Proviamo a farne un elenco.

Il più celebre è certamente Manuel Castells, il Max Weber o il Karl Marx, come è stato definito, della Società delle Reti, lo studioso dello «spazio dei flussi» (la finanza, l’informazione, il capitale, i simboli) che, grazie alle telecomunicazioni, riorganizzano il pianeta globalizzato, e sono così diventati molto più importanti dello spazio fisico e geografico, nonché il vero oggetto del potere. Castells è l’autore, tra gli altri libri, di La città delle reti (Marsilio) e di Galassia Internet (Feltrinelli), in cui, riscrivendo il noto slogan di Marshall McLuhan, spiega che «il network è il messaggio», e il Web diventa la forma stessa dell’organizzazione sociale, «la trama delle nostre vite». Insomma, un autentico classico del pensiero digitale.

Un altro pensatore internettiano da tempo consacrato (e docente all’Università di Napoli, oltre che a Toronto) è Derrick de Kerckhove, già assistente di McLuhan e teorico dell’intelligenza connettiva, l’idea per cui il pensiero non nasce da una dimensione privata, ma dalla condivisione e connessione tra l’individuo e gli altri (come avviene tipicamente nel mondo della Rete, dai social media ai blog, fino a Wikipedia).

PEKKA HIMANEN

Chris Anderson, direttore della rivista Wired, la bibbia mensile della cultura digitale, è colui che anticipa (e detta) le tendenze del mondo del Web. Henry Jenkins, esponente di spicco dei critical studies applicati ai videogiochi, è lo studioso per eccellenza dei cambiamenti indotti da Internet – da Second Life a You Tube – nella cultura popolare, e il sostenitore delle trasformazioni positive indotte dalla «convergenza digitale», consistenti nella rivendicazione da parte dei consumatori di una loro maggiore partecipazione alla produzione dei contenuti che circolano nel Web.

Mentre Howard Rheingold – che ha coniato il termine «comunità virtuale» – è uno dei guru della democrazia diretta tramite le tecnologie digitali e il teorico dei flash mob e delle Smart Mobs (titolo di un suo libro uscito da Cortina), ovvero le «folle lampo» e le adunate di persone che dalla Rete si fanno in carne e ossa, scendendo in piazza per protestare e fare politica.

La lista dedicata dalla rivista Foreign Policy ai 100 «pensatori globali» più importanti del 2010 vede, a pari merito al n. 17, due altri grandi protagonisti di questa nostra età digitale, Steve Jobs di Apple e Jeff Bezos di Amazon, e, al n. 67, Clay Shirky, il tecnoentusiasta teorico del «surplus cognitivo», secondo il quale le varie pratiche collaborative e i milioni di ore di lavoro condivise sulla Rete – da Wikipedia ai programmatori open source – rappresentano una sorta di inarrestabile marcia verso il progresso e un mondo più cooperativo.

RICHARD STALLMAN

Come ogni cultura che si rispetti, anche quella digitale ha i suoi rivoluzionari e agitatori, gli hackers, i combattentiper la «cultura libera» di Internet. Questi pirati informatici sono discepoli dell’«etica hacker» del filosofo finlandese Pekka Himanen, ispirata alla condivisione dei saperi e all’eguaglianza, e antitetica all’individualismo metodologico e al calvinismo da cui, secondo Weber, prese le mosse il capitalismo.

DERRICK DE KERCKHOVE

Un paio di nomi su tutti: Richard Stallman, il programmatore ed ex studente del Mit diventato il profeta mondiale del software libero. E quello di Lawrence Lessig, che, pur non essendo un hacker, ma uno dei massimi giuristi esperti della Rete (professore a Stanford e Harvard e collaboratore di Obama), è anch’egli campione delle battaglie contro i marchi e le limitazioni sul diritto d’autore e il creatore del nuovo sistema aperto di copyright Creative Commons.

Nel caso delle culture internettiane, difatti, i confini si rivelano molto più sfumati che in altri campi, e il passaggio dalla contestazione all’establishment (e, qualche volta, persino quello contrario) è facilissimo e continuo; basti pensare a quanto la Silicon Valley risulti debitrice del movimento hippy e del ’68, e a come – ce lo mostra Matt Mason nel suo Punk capitalismo (Feltrinelli) – le innovazioni più creative, rivelatesi fondamentali per l’economia contemporanea, siano partite proprio dalla contestazione e dalla rottura delle regole, a partire dal punk sino, per l’appunto, a tante espressioni del Web.

Sempre che, come mette in guardia Jaron Lanier, l’autore del libro Tu non sei un gadget (Mondadori) – acerrimo avversario dell’open source (che etichetta come «maoismo digitale»), e già antesignano della realtà virtuale a inizio Anni Ottanta – non ci si faccia prendere da un eccesso di euforia. Altrimenti si rischia di finire per direttissima alla svalutazione della persona, tra deliri di onnipotenza degli «smanettoni» e senso di irresponsabilità garantito dalla pessima (e diffusissima) pratica dell’anonimato in rete, alla faccia delle «magnifiche sorti e progressive» che il Web dovrebbe garantire.

Massimiliano Panarari per “La Stampa

JULIAN ASSANGE: “NEGLI USA SAREI UCCISO COME OSWALD”

Se finisse in un carcere americano, Il fondatore di WikiLeaks, Julian Assange afferma di avere “grandi possibilità” di venire ucciso “nello stile-Jack Ruby”, l’uomo che uccise Oswald, il presunto assassino di John F. Kennedy a Dallas. Ruby, legato agli ambienti mafiosi statunitensi – anche se non ci sono prove certe della sua affiliazione a questa o quella famiglia – uccise Oswald 48 ore dopo la morte di Jfk, mentre il giovane ex Marine veniva trasferito dal commissariato di polizia al carcere.

Condannato in prima istanza alla pena di morte, Ruby morì al Parkland Hospital nel 1967 (lo stesso in cui venne decretata la morte degli stessi Kennedy e Oswald) per un tumore che gli era stato diagnosticato un anno prima. In diverse occasione, Ruby tuttavia parlò di un complotto per “farlo tacere” ed insinuò che la malattia gli era stata ‘inoculata’.

Comunque, sottolinea Assange, “sarebbe politicamente impossibile” per la Gran Bretagna estradarlo negli Stati Uniti, e Londra ha “il diritto di non estradare per crimini politici”. “Lo spionaggio è un classico caso di crimine politico, è a discrezione del governo britannico se applicare questa eccezione o no”, ha detto l’australiano al Guardian. Il fondatore di Wikilekas però assicura: “C’è un nuovo governo, che vuole dimostrare di non essere già stato cooptato dagli Stati Uniti”, argomentando che David Cameron e Nick Clegg sono in una posizione più forte per resistere a una richiesta di estradizione da parte di Washington.

 

NEL RIFUGIO DI ASSANGE…

Una settimana nella campagna inglese ha fatto bene a Julian Assange. Quando scende dalla macchina che, come ogni giorno, lo accompagna a firmare il registro dei detenuti nel commissariato di Beccles, nel cuore del Suffolk, dove tutto è lento e tranquillo e le giornate sanno di pudding natalizio e tradizione, il fondatore di WikiLeaks è rilassato e tranquillo. Piumino verde oliva, maglione bianco e jeans, si muove con disinvoltura, nonostante il braccialetto elettronico alla caviglia.

«Buona sera. Grazie per avermi aspettato qui sotto la neve. È stata coraggiosa», sorride stringendo la mano. Poi si incammina veloce verso l´ingresso: mancano 20 minuti alle cinque, orario di chiusura della stazione di polizia, e se non si presenterà ai poliziotti entro quell´ora sarà costretto a rinunciare alla campagna e a tornare in prigione, dove ha già passato nove giorni, accusato di stupro da due donne svedesi.

La nuova vita dell´uomo che da settimane catalizza l´attenzione dell´opinione pubblica mondiale si svolge in questo angolo innevato dell´Inghilterra, famoso per la caccia e la pesca. Il Suffolk ha dato ospitalità ad Assange suo malgrado, solo perché il reporter Vaughan Smith ha messo a disposizione per gli arresti domiciliari la grande casa di campagna che ha da queste parti: ma dopo i primi giorni di caos ha chiuso su di lui una cortina di indifferenza.

Qui la vita ha il ritmo lento delle zone di campagna e ad occupare le prime pagine dei giornali non ci sono le rivelazioni di WikiLeaks ma le fiere natalizie: l´unica trasgressione possibile dopo le cinque, quando tutto chiude, è una bevuta al pub. Un grosso cambiamento per un uomo che negli ultimi tre anni non ha avuto residenza fissa, muovendosi da una parte all´altra con uno zaino e un manipolo di fedelissimi e ha tenendo in scacco i servizi segreti di mezzo mondo.

Fuori dal commissariato passano pochi minuti prima che Assange ricompaia. «Il tempo di una firma e di una chiacchierata, è una persona gentile e tranquilla», racconterà dopo il poliziotto. Incollato al telefonino e atteso con impazienza da una giovane assistente che sfida la neve in minigonna e ballerine, l´australiano si concede solo per qualche battuta: «Sto bene, grazie. Lavoro. Ma mi riposo, anche. Buon Natale, davvero». Poi via, nella macchina scura dove la ragazza ha già acceso il motore. Lo attendono 20 minuti di auto fino a Ellingham House, la villa dove trascorre quelli che chiama «i miei arresti domiciliari ad alta tecnologia». È dall´interno di questa grande tenuta, che fino a pochi giorni fa si poteva affittare via Internet per matrimoni e battute di caccia ma ora è scomparsa dalla Rete, che il fondatore di WikiLeaks combatte la sua ultima battaglia. Chi la frequenta racconta delle sue lunghe passeggiate ma anche di riunioni infinite che vanno avanti anche ora che alcuni dei più stretti collaboratori sono partiti per Natale. «Abbiamo pubblicato soltanto una piccola parte del materiale che abbiamo. Andremo avanti. Non abbiamo altra scelta: pubblicare o morire», racconta a Paris Match intorno al camino.

E poi: «Sono diventato un obiettivo perché certe organizzazioni potenti non possono perdere la faccia». Pochi sono i visitatori ammessi dentro la villa. Chi non è espressamente invitato non è ben visto: «È una nota zona di caccia. C´è gente che spara. Non vorremmo che prendessero un curioso per un uccello da abbattere», dice ironico uno dei collaboratori.

Avvertimento inutile: i grandi cancelli che delimitano la proprietà sono lontani dalla strada più di un chilometro. Un lago ghiacciato ed ettari di terreno li separano a loro volta dalla villa: impossibile arrivare senza essere notati. Forse per questo, come spiega il funzionario di polizia di Beccles «non c´è bisogno di protezione. Non abbiamo aumentato i turni, né richiamato gli agenti dalle ferie. Per noi va tutto bene».

Nonostante le sempre più numerose minacce di morte che Assange dice di continuare a ricevere, la maggiore occupazione della polizia qui sono le multe agli automobilisti in doppia fila. Probabilmente è la prima volta che i poliziotti hanno a che fare con un detenuto con il braccialetto elettronico. Di certo mai si erano trovati di fronte a qualcuno che usa il Suffolk per lanciare messaggi planetari: «Abbiamo scoperto in queste settimane che il sistema americano si avvicina a quello sovietico: che Visa, Mastercard, Paypal e Bank of America sono strumenti di controllo al servizio della Casa Bianca», ha detto ieri Assange.

Di fronte a queste parole a Beccles e nella vicina Bungay la gente reagisce con indifferenza: «Ho capito che stava succedendo qualcosa quando ho visto la tv», dice Sylvia, abitante di Beccles. Il suo è un punto di vista condiviso: per la maggior parte della gente qui, Assange è praticamente uno sconosciuto. Delle sue battaglie non sono arrivati che echi lontani. Nulla a parte un cartello nella neve che chiede libertà per Bradley Manning, il soldato Usa accusato di essere la fonte delle rivelazioni del sito, segnala la sua presenza. Una realtà quasi paradossale per l´uomo che più di ogni altro fa parlare di sé il mondo da settimane.

«Ho visto la polizia e gli elicotteri quando è arrivato, ma lui no. Neanche sapevo chi fosse. Noi amiamo la tranquillità, questo caos non ci piace», racconta Rob, falegname, la cui segheria è a pochi metri dalla villa. «Un po´ di animazione è divertente. Ho venduto qualche paio di guanti ai giornalisti infreddoliti – sorride la signora Julie Bright, titolare di “Crossway”, il negozio di articoli di caccia e cibo di animali che sta di fronte alla casa – ma ora sono andati via. E nessuno di noi andrebbe a guardare oltre ai muri per vedere cosa fa quell´uomo. Non ci interessa».

Oltre i muri «quell´uomo» si prepara a combattere un´altra puntata della battaglia per evitare l´estradizione in Svezia e, in ultima istanza, negli Stati Uniti dove, dice «temo sempre di più di finire». Al Guardian dice che se ci fosse abbastanza pressione dall´opinione pubblica sarebbe «politicamente impossibile» per la Gran Bretagna estradarlo negli Stati Uniti. «Lì – ha aggiunto – ci sarebbe una grossa possibilità che io finisca ucciso, come ha fatto Jack Ruby»: il riferimento è all´uomo che uccise Lee Harvey Oswald, accusato di aver a sua volta assassinato il presidente Kennedy.

Al Times ha raccontato delle due condizioni di detenzione: «Ho potuto chiamare solo quattro persone, oltre ai miei avvocati». Ma anche della solidarietà di una guardia carceraria «Mi ha dato un biglietto. C´era scritto: in questo mondo ho solo due eroi: te e Martin Luther King». Rob e Julie, se uno glielo riferisce, scuotono la testa, come la maggior parte degli abitanti di Beccles interrogati per questo articolo: «Gli auguriamo un Buon Natale: si goda il pudding, gli amici e la famiglia. La fama viene e va». Quella di Assange in questo angolo di Inghilterra è già svanita: ma nel resto del mondo, c´è da giurarci, durerà ancora.

di Francesca Caferri per “la Repubblica”

E Julian Assange finisce su Novella 2000

Spassoso articolo pubblicato da Novella 2000 su Julian Assange. I “segugi” del settimanale “gossipparo” svelano presunti retroscena della vita del fondatore di Wikileaks nella dimora di Ellingham Hall… Chissà perché nelle inchieste di questo tipo c’è sempre “un collaboratore che vuole rimanere anonimo”? Ovvero una fonte “immaginata” dagli autori dell’articolo alla quale, essendo anonima, si può far dire qualsiasi cosa. Il passaggio più divertente è la dichiarazione di un giornalista americano che racconta come la sua ”fidanzata” inglese si sia fatta una “sveltina” con Julian l’estate scorsa. Naturalmente l’ineffabile Dago ha rilanciato l’articolo non mancando di evocare nella titolazione lo scontato parallelo tra l’uomo più famoso del momento con il nostro Presidente del Consiglio. Immagino che “Unico Boss Virile” (l’anagramma del nome e cognome di B. che il presidente si vanta di citare per tenere in allegria le compagnie serali) sarà soddisfatto…

Nel furgone della Polizia inglese

Arrestato in Gran Bretagna con una controversa accusa di stupro, Julian Assange è uscito su cauzione e ora vive in libertà vigilata a Ellingham Hall, maestosa villa nella contea del Suffolk, ospite di un suo ricco sostenitore, Henry Vaughan Smith. Nella lussuosa magione, il fondatore di WikiLeaks non si fa mancare niente: mangia pasti preparati da chef che hanno lavorato per i reali d’Inghilterra; beve cocktail e champagne di prestigio serviti da un barman; ha persino un paio di valletti a sua disposizione. Soprattutto Assange non rinuncia alla compagnia femminile. Nonostante sia finito nelle carceri della Regina proprio perché «intrappolato con questioni sessuali», come ha dichiarato lui stesso, “Mr. WikiLeaks” continua la vita promiscua che preoccupa gli amici e i parenti più stretti.

Un collaboratore che vuole rimanere anonimo ha anche rivelato che i familiari stanno cercando di convincerlo a sottoporsi a un test per l’Aids.

In questo periodo Julian, oltre alla madre Christine che presto ripartirà per l’Australia, è accudito da due giovani studentesse universitarie di giornalismo che fanno un po’ di tutto per lui, dall’organizzargli le interviste al lavaggio della biancheria intima. E tra un passeggiata e l’altra nel parco della villa, Assange ha già ricevuto numerose sostenitrici, alcune delle quali sono rimaste con lui anche più giorni, alloggiate in una delle dieci camere da letto della casa. Tra le prime a fargli visita, l’amica ed ex fiamma Jemima Khan, l’ereditiera inglese diventata famosa per la sua relazione con Hugh Grant, che ha contribuito alla raccolta dei 283 mila euro di cauzione. Ormai diventato una rockstar dell’informazione, Assange ha anche le sue groupie, un gruppo di fedelissime che lo seguono costantemente, e hanno preso d’assalto i Bed and breakfast di Beccles, il paesino più vicino alla villa.

Sulle donne Julian ha un fascino irresistibile, e lui si vanta di essere un “re Mida” del sesso. Tra le ultime conquiste, a dar retta ai pettegolezzi, ci sarebbe anche Pranvera Shema, moglie dell’attuale padrone di casa di Assange. Già, perché quando si tratta di donne, l’hacker non si fa scrupoli. Sembra che la sua tecnica di seduzione sia sempre la stessa: scelta la preda la bracca senza curarsi di fidanzati e mariti, bisbiglia alcune frasi a effetto all’orecchio delle malcapitate e il successo è assicurato. Così, per esempio, sembra che abbia sedotto la fidanzata di un giornalista americano, durante una cena a Stoccolma. Lo ha raccontato alla stampa svedese lo stesso giornalista tradito. Era l’11 agosto scorso, e seduti al tavolo del ristorante Beirut ci sono Assange, l’americano con la fidanzata inglese, e il coordinatore per la Svezia di WikiLeaks con la fidanzata.

Durante la cena, ha raccontato l’americano, Julian Assange dedica le sue attenzioni solo alla ragazza inglese, poi esce con lei per fumare una sigaretta. «Sparirono e tornarono dopo 45 minuti», conclude il giornalista americano. «Camminavano tenendosi per mano, mentre Assange sussurrava qualcosa all’orecchio della mia fidanzata. Capii subito quello che era accaduto». Ancora non si conosce il nome della ragazza, ma una nuova accusa di stupro è ormai certa. E con questa sarebbero tre le ragazze “stuprate” in quella che la stampa inglese ormai definisce la “Sex week di Julian l’arrapato”.

La prima ad aver sporto denuncia si chiama Anna Ardin, ha 31 anni ed è assistente all’università di Uppsala. Lei e Julian, secondo quanto racconta Anna, si incontrarono il 13 agosto a casa della ragazza: «Stavamo bevendo del tè, quando lui ha cominciato ad accarezzarmi le gambe. Gli ho detto di fermarsi, ma non l’ha fatto. Poi ho capito che era inutile e così gli ho permesso di spogliarmi. Siamo andati a letto. All’inizio Julian non voleva mettere il profilattico, poi ha acconsentito alla mia richiesta. Durante una manovra il profilattico si è rotto, quindi non ha usato alcuna protezione».

Il particolare del profilattico è fondamentale, perché, come spiega l’avvocato di Assange, James D. Caitlin, per la legge svedese «un rapporto sessuale consensuale iniziato con l’intenzione di mettere il preservativo, svoltosi con l’uso del preservativo, ma terminato senza, si configura come stupro».

Il giorno dopo l’”abuso”, Anna presenta Julian a una sua amica, Sofia Wilén. Sofia invita Julian a casa sua, e come da copione i due finiscono a letto. Dapprima, Julian si addormenta, poi durante la notte hanno un rapporto, ma Julian mette il profilattico, sostiene Sofia, controvoglia. Al mattino, mentre la donna è mezzo addormentata, Julian fa del sesso senza preservativo. Per Miss Wilén è stupro. Il 21 agosto Julian è partito da Stoccolma, saranno finite le donne che si ricordano di essere state stuprate da lui in quei dieci giorni?

di E. S. Coscione e P. Torretta per “Novella 2000″