Travaglio continua a sostenere Fini: “Quella di B. è solo una vittoria di Pirro”

Per come viene descritto da chi lo conosce bene, è prevedibile che la legnata subita l’altroieri sprofonderà per qualche tempo Gianfranco Fini nella più cupa depressione. Un po’ come dopo la sconfitta del Polo delle libertà nel ’96 e vieppiù dopo il fallimento dell’operazione gollista dell’Elefantino, in tandem con Mariotto Segni, alle elezioni europee del ’99.

Ora è immaginabile che la tentazione di abbattersi sia ancora più forte, visto che in questi mesi Fini s’è giocato tutto: la faccia, la reputazione, la carriera politica, persino la famiglia. La scena del presidente della Camera che esce da Montecitorio sotto le forche caudine degli insulti e dei lazzi dei berluscones va in quella direzione. Ma oggi non è tempo di depressione.

Futuro e Libertà – lo dimostrano i sondaggi e i bagni di folla a Mirabello e Bastia Umbra – non è un’operazione di palazzo, una scissione a freddo, ma un approdo condiviso e sostenuto da qualche milione di italiani di centrodestra sfiniti e disgustati da 16 anni di berlusconismo, ma anche da molti moderati costretti a votare a sinistra turandosi il naso.

Non sarà certo la vittoria di Pirro del piccolo corruttore, passato in pochi mesi dalla maggioranza più oceanica della storia repubblicana a un misero +3 (per giunta grazie a mostri di coerenza come Razzi, Scilipoti, Cesario, Calearo, Moffa, Siliquini e Polidori), a spegnere quelle speranze. Anzi il martedì nero potrebbe trasformarsi, col tempo, in una bella giornata.

La conta del 14 dicembre ha ripulito le truppe finiane, scremando gli uomini dai quaquaraquà: chi aveva un prezzo, l’ha capitalizzato passando alla cassa. Chi non s’è lasciato tentare dai martinpescatori berlusconiani nel momento del suo massimo valore monetario, è prevedibile che non tradirà più quando le offerte saranno inevitabilmente più basse. Il tempo, anche per ragioni anagrafiche, lavora per Fini. Il quale, dopo molti traccheggiamenti ed errori, ha comunque compiuto il gesto politico più coraggioso che si ricordi nella politica italiana dal 1994, paragonabile solo a quello di Bossi & C. quando rovesciarono il primo governo B. (altri tempi, altra Lega).

E sappiamo bene quanto costa uscire dal recinto del regime e quanto conviene restarci dentro. Senza i finiani, sarebbero passate leggi oscene come il “processo breve” e il bavaglio sulle intercettazioni. Ora qualcuno – non solo i berluscones doc e gli avventizi tipo Moffa, ma anche Repubblica – invoca le sue dimissioni da presidente della Camera. Si dice che dovrebbe andarsene perché ha perso la partita con B. (ma che c’entra?), o perché non è più super partes (ma quando mai la sua presidenza ha dato motivo di ritenerlo?), o perché ora è passato ufficialmente all’opposizione (ma quante volte il presidente della Camera è stato un esponente della minoranza?), o semplicemente (come scrive Ezio Mauro) “per fare liberamente la sua battaglia politica decisiva… dal centro”. Tutte opinioni legittime, ci mancherebbe.

Noi però pensiamo che è meglio se Fini resta al suo posto. Con l’immonda compravendita dei deputati e le strane infiltrazioni di black-bloc fra i manifestanti, il regime ha gettato l’ultima maschera, rivelandosi più che mai pericoloso ed eversivo. Mai come ora c’è bisogno di una qualche sentinella nelle istituzioni, tanto più vista l’afasia che, per scrupoli istituzionali forse eccessivi, sembra aver colto il capo dello Stato nei giorni di vergogna.

Il presidente del Senato sappiamo chi è. Rai e Mediaset sappiamo in che mani sono: le stesse che controllano le forze dell’ordine e i servizi segreti. La Corte costituzionale s’è messa in ferie in attesa di tempi migliori. Il neopresidente della Consob, l’ex viceministro Giuseppe Vegas, appena nominato dal governo, fa onore all’”indipendenza” delle authority restando deputato per votare la fiducia al governo che l’ha nominato. E in questo ammasso di macerie dovrebbe dimettersi Fini? Che cos’è, uno scherzo?

Marco Travaglio per Il Fatto

 

IL FINANZIERE DI PAVIA CHE SPIAVA I VIP…

Gioacchino Genchi

Gioacchino Genchi

Da Antonio Di Pietro a Niki Vendola, da Beppe Grillo a Patrizia D’Addario, da Marco Travaglio alla famiglia Agnelli, per seguire con l’ex pm Luigi De Magistris, il consulente Gioacchino Genchi, il giudice Raimondo Mesiano (noto per la sentenza sul Lodo Mondadori) e perfino l’ex leader «no global» Luca Casarini.

Tutti protagonisti della cronaca giudiziaria e politica degli ultimi anni e tutti finiti nelle informative illecite che, secondo le accuse, un finanziere di stanza a Pavia avrebbe girato al giornalista di Panorama Giacomo Amadori per i suoi articoli sul settimanale. Ma sono ben 1.340 gli ingressi illegali al sistema informatico del ministero delle Finanze, compiuti nell’arco di due anni da Fabio Diani, appuntato della Gdf arrestato ieri con l’accusa di accesso abusivo a dati informatici.

Nel registro degli indagati, con un’informazione di garanzia per concorso nel reato, anche l’inviato del settimanale mondadoriano Amadori. «Non si tratta assolutamente di un’opera di dossieraggio – chiarisce il legale del cronista, avvocato Stefano Toniolo – ma di approfondimento giornalistico» che avrebbe toccato il «carattere patrimoniale» di alcuni personaggi e i «loro aspetti reddituali».

 

IL DIRETTORE DI PANORAMA GIORGIO MULE

IL DIRETTORE DI PANORAMA GIORGIO MULE

 

«Un caso isolato», fanno sapere i vertici della Guardia di Finanza di Pavia che chiariscono come ultimamente il finanziere, dopo l’inizio di indagini interne, fosse stato trasferito dalla sala operativa delle Fiamme Gialle al piantonamento dell’ingresso della caserma.

Purtroppo, non è la prima volta che succede, basti pensare ai dossier del caso Telecom. E’ la prima volta però che viene indagato, come beneficiario degli abusi, un giornalista: sarebbero una dozzina gli articoli usciti su Panorama nei quali gli investigatori avrebbero trovato riscontri agli accessi illegali del finanziere che avrebbe compiuto «tutte le ricerche abusive possibili».

Secondo il direttore del settimanale Giorgio Mulè «non si trattava di informazioni segrete ma di dati relativi a personaggi pubblici. Amadori li ha usati per fare delle verifiche e poi ha pubblicato tutto, con la massima trasparenza. Da parte mia c’è solo ammirazione nei confronti del suo lavoro».

Va detto che per ora gli inquirenti non hanno trovato evidenza di pagamenti né esistono intercettazioni telefoniche. Anche se dai tabulati, i magistrati avrebbero trovato riscontro dei contatti tra i due e corrispondenza con le date degli articoli pubblicati. L’appuntato è stato messo agli arresti domiciliari. Dovrà essere lui a spiegare al pm Elio Ramondini, titolare dell’inchiesta perché interrogava i terminali della Finanza senza averne titolo e soprattutto a chi, oltre al giornalista, passava poi il “frutto” del suo lavoro.

Paolo Colonnello per “La Stampa

Dago l’irriverente passa il Rubicone della decenza e per qualche click in più sul sito instilla il sospetto di una presunta liaison, risalente all’epoca Gaucci, tra Eli e Saif (Gheddafi), poi si chiede: “Arriva Gheddafi e sorge spontanea la domandina: chissà se Elisabetta Tulliani, la terza first lady della Repubblica del Banano marcio, andrà ad omaggiarlo sotto la tenda da beduino-ino-ino?”

Mentre Marco (il Prode) Travaglio, improvvisamente dimentico delle gesta di fratelli e cognati, si erge a difensore della tartassata Elisabetta Tulliani, “massacrata da giornali e riviste di gossip, solo perché fidanzata di Gianfronco Fini che a sua volta dissente da B.“, Dago(spia) l’irriverente, avanza il sospetto di una presunta, ma “datata” liaison tra E. T. e Saif Gheddafi (cosa non si farebbe per qualche click in più!):

Arriva Gheddafi e sorge spontanea la domandina: chissà se Elisabetta Tulliani, la terza first lady della Repubblica del Banano marcio, andrà ad omaggiarlo sotto la tenda da beduino-ino-ino? Lei sì che conosce bene la famiglia del Colonnello, soprattutto uno dei figli (quale, Saif?) sin dai tempi (2003-2004) in cui Lucianone aveva ingaggiato Al-Sa’adi nel Perugia calcio. Forse è per questa “connection” di E.T. con il Gheddafino che Gian-menefrego, gelosissimo, non ha aspettato il leader libico ritardatario a Montecitorio lo scorso anno? Ah saperlo…

Dago confessa, t’hanno pagato! Nemmeno Vittorio Feltri ha mai osato tanto…

by COLAS

A grande richiesta Video Cult che sembrvano introvabili riapparsi come per miracolo su You Tube!

VIDEO Stracult: GAUCCI-TULLIANI
http://www.youtube.com/watch?v=oLkJZDZ49Q4

VIDEO-CULT: GAUCCI SANDOKAN INGAGGIA GHEDDAFI JR.
http://www.youtube.com/watch?v=rvOqtn1vmGs

Chi complotta contro chi?

Silvio Berlusconi ha chiesto alla Procura di Trani se è indagato nell’inchiesta sulle presunte pressioni per “chiudere” ANNO ZERO, la trasmissione di Michele Santoro e azzoppare Ballarò di Giovanni Floris e Parla con me di Serena Dandini. Lo ha chiesto con il tono di chi si sente perseguitato da una magistratura “ficcanaso” e “politicizzata”. Lo ha chiesto con il suo abituale tono minaccioso, allertando lo stuolo di avvocati che da anni bivaccano a sue spese nei tribunali di mezza Italia.

Credo che occorra fare una riflessione su quanto sta accadendo. E per farla occorre partire da una domanda semplice. Può il Capo del Governo complottare con il membro (Giancarlo Innocenzi) di una Authority di garanzia, come è l’AGCOM, per far chiudere tre programmi televisivi?

A seguire ci sono molte altre domande a cui occorrerebbe dare delle risposte. Ad esempio mi chiedo se il direttore di una testata giornalistica possa accettare di essere chiamato dal premier “direttorissimo”? Mi chiedo se un ex dipendente di Mediaset possa sedere – prendendo tra l’altro uno stipendio vergognoso visti i tempi – tra i membri di una autorità di garanzia che dovrebbe elaborare regolamenti imparziali e vigilare sulla attività della RAI? Mi chiedo se sia possibile che l’AGCOM venga lottizzata dai partiti alla stregua di un centro di potere dove ciascuno può fare quello che gli pare? Potrei continuare, ma mi fermo qui. Anche perché la domanda cruciale resta la prima che ho posto.

Prima di rispondere credo che occorra soffermarsi su un aspetto non secondario della questione. Anche qui un’altra domanda. E’ vero che c’è un “complotto” in atto nei confronti del Presidente del Consiglio in carica, eletto grazie ad una vittoria elettorale senza ombre, finalizzato a metterlo nelle condizioni di dimettersi?

Non è semplice rispondere alla domanda anche perché le iniziative giudiziarie nei confronti del premier sono davvero state tante e occorrerebbe scendere troppo nei particolari per valutare cosa è davvero accaduto. Tuttavia credo si possa affermare senza timore di essere smentiti che c’è nell’uomo uno stile di comportamento quanto meno singolare. Silvio Berlusconi, in virtù del consenso che certamente gli italiani gli hanno concesso in massa, ha finito per annoverarsi non solo tra gli “intoccabili”, ma soprattutto tra coloro che possono fare indisturbati qualsiasi cosa ritengano giusta. Un assurdo dal punto di vista etico! Un primus al di sopra (anzi al di fuori) delle regole che tutti gli altri cittadini (anche qui c’è qualche eccezione) devono rispettare. Insomma sarà pur vero che la magistratura non gliene ha fatta passare una, almeno da un certo momento in poi, ma è altrettanto vero che se le è andate a cercare proprio tutte, nessuna esclusa. Inoltre, sarà pur vero che certe carte delle inchieste sono state fatte rimbalzare ad “arte”, con lo scopo di “colpirlo”, ma è altrettanto vero che questa è la regola del tritacarne mediatico: tutto ciò che fa notizia (e lui notizia la fa sempre) viene assemblato e riversato nelle case degli italiani attraverso il “mostro senza testa”, ovvero la televisione.  L’ipotesi del complotto, avanzata da Silvio Berlusconi per difendersi, ma soprattutto per attaccare i suoi nemici, è una figlia “illegittima”, di certo non voluta, della mostruosità tanto amata dallo stesso premier, ovvero il media in tutte le sue forme e manifestazioni. “Chi di spada ferisce, di spada perisce”.

Torniamo ora alla domanda. Se pure è comprensibile che gli attacchi reiterati di Antonio Di Pietro, del gruppo Repubblica l’Espresso, di Marco Travaglio, di Michele Santoro e via discorrendo, possono aver “infastidito” non poco Silvio Berlusconi, portandolo a “sbottare” con gli amici più fidati, non è comprensibile che il premier di un paese democratico “complotti” con gli uomini che lui stesso a scelto per guidare l’azienda televisiva di Stato e l’Authority di vigilanza sull’informazione radiotelevisiva per chiudere, ovvero zittire, tutti i programmi a lui non graditi. Il premier deve fare il suo mestiere e se qualcuno lo critica (entro i limiti consentiti dalle leggi italiane) deve accettarlo. Se si comporta altriment non solo commette un reato, ma sgretola quel po’ di tessuto democratico che è rimasto nel Paese.

Se dovesse rivelarsi vero quello che è emerso dalla Procura di Trani sarebbe davvero preoccupante. Ancora più preoccupante sarebbe mettere mano ora all’agognata legge sulle intercettazioni.

by Colas