OMICIDIO CECCARELLI: SVOLTA NELL’INCHIESTA. FERMATO UN TRENTENNE DELLA MAGLIANA

Aveva confessato di aver ammazzato Roberto Ceccarelli davanti al Teatro delle Vittorie, a Prati, ma gli inquirenti non gli hanno creduto. Lui, un prestanome 70enne che dorme in una automobile si era costituito sabato scorso autoaccusandosi del delitto. Ma si sarebbe trattato di un vano tentativo di sviare le indagini, Infatti non sarebbe  lui il killer. A sparare sarebbe stato un pregiudicato della Magliana, un trentenne, fermato dalla polizia e condotto in questura domenica sera, dove è stato interrogato fino a tarda notte fonda. L’omicidio dell’imprenditore Ceccarelli, da anni attivo nel sottobosco romano tra il commercio di automobili tedesche, il noleggio di barche, la compravendita di immobili e la ristorazione, sembra essere l’altra faccia della medaglia di quella Parioli da bere che ha portato in carcere il Madof alla vaccinara, al secolo Gianfranco Lande. Da una parte la finanza ad alto rischio, con risvolti nella criminalità organizzata, dall’altra gli affari non sempre leciti dell’imprenditoria d’assalto. Entrambi i mondi alla caccia esasperata del profitto ad ogni costo. E sullo sfondo due quartieri della Roma “bene”: Parioli e Prati.

by COLAS

SABRINA MINARDI, LA BAMBOLINA DI ENRICO DE PEDIS, CONFESSA: “IL SESSO L’HO FATTO PER MANTENERMI, NON MI È MAI PIACIUTO E MO’ TE LA DICO TUTTA: NON SO CHE COSA VOGLIA DIRE AVERE UN ORGASMO”

Sabrina Minardi

«Con Renato in galera, io avevo i miei giri, i miei uomini, non ho mai sfruttato nessuno se non me stessa».

Gli uomini Sabrina ne frequenta molti intimamente. Al soldo facile la inizia la sua amica Lolly, poi la novizia si fa spazio tra le escort. Ma non chiamatela prostituta. Si irrita moltissimo.

«Una prostituta sta sul marciapiede o in una casa e ti fa il lavoro per pochi spiccioli. Io mi divertivo, facevo la bella vita, vestivo Coco Chanel, Armani, mica ero l’ultima delle femmi-ne. Non avevo un protettore e non dovevo dividere i soldi che mi procuravo. Uscivo tutte le sere o giù di lì. Uscivo tutte le volte che mi andava, frequentavo i migliori ristoranti e i più esclusivi night di Roma, in cambio del mio corpo ricevevo soldi a palate, vacanze, automobili, gioielli, addirittura case. Roberto Calvi mi regalò una villa a Montecarlo. Quale prosti-tuta può vantare le stesse cose? Loro sì che fanno una brutta vita, poverette. La mia era meno brutta, tutto sommato».

«La prostituta è una persona che offre il proprio corpo in cambio di soldi».

«Senti, se ho fatto la prostituta lo posso dire soltanto io. Non lo permetto a nessun altro».

Da giovane, Sabrina è bella. Di una bellezza semplice e chic, mai volgare. Minuta, capelli castani, occhi verdi, il naso piccolo, la pelle delicata, il corpo leggero, ma sensuale, la voce squillante, il carattere allegro. Vestita sempre in modo perfetto, con cashmere e seta, bene educata, simpatica, brillante nella conversazione. E poi è elegante. Sempre. Sembra una ragazza della Roma bene, ma senza la puzza sotto il naso. Le piace giocare. Le piace giocare a fare la bambina. Canta spesso tu-mi-fai-girar-tu-mi-fai-girar-come-fossi-una-bambola… e lo fa con malizia, per giocare, appunto, non per un moto di orgoglio, non certo per reclamare una rivolta, anzi, ma per sottolineare la brama di sottomissione. A Sabrina piace fare la bambola. Spalanca gli occhioni, reclina la testa su un lato, sussurra, fa la vocina e scatena un senso di protezione. Ed è proprio questo che cerca: farsi proteggere, farsi guidare. E questo ottiene: farsi usare, ma non per ingenuità. Non solo, almeno. Non sempre.

«Ero… ero un po’ bambina e un po’ puttana», spiega oggi, senza tergiversare. E questo atteggiamento ne decreta il suo successo tra gli uomini d’affari che impazziscono per il suo lato trasgressivo e disinibito che si manifesta all’improvviso, nel gioco dei ruoli.

Un po’ bambina e un po’ puttana e irretisce Enrico De Pedis. Ne diventa la “pupa”. Resta il punto fermo del “presidente” per dieci lunghi anni. A tutti gli effetti, salvo quelli legali: non si sono mai sposati. Ma che c’entra la legalità con i Testaccini? Che cosa c’entra la legalità con quello che è stata questa donna? A conti fatti, Sabrina Minardi è la donna del boss. Punto.

«Mi piacevano i preamboli, mi piaceva sedurre, irretire. Tutto il “prima”, insomma», mi dirà poi Sabrina il 22 dicembre del 2009. Ci eravamo rincontrate da poco tempo poiché dopo la prima intervista ci eravamo perse di vista. Sono andata a trovarla per farle gli auguri di Natale. Le ho portato un panettone, dei datteri essiccati e dei tarallini al finocchietto. Lo scrivo per rispondere a quanti mi hanno maliziosamente chiesto se avessi dato dei soldi a questa donna in cambio di un’intervista. Mai (…).

«Sabrina, torniamo al punto di prima, il fatto è che nella tua vita hai fatto proprio la prostituta…».

Sabrina Minardi oggi…

«Sì, ma lasciami tornare al punto di prima: io non mi sono mai messa in mezzo a una strada con la minigonna. Ero una bella ragazza, come tante, ero introdotta in un giro, diciamo, fatto di paperoni, per cui è normale… Se conoscevo una per­sona non era un morto di fame e neppure, con tutto il rispetto, uno scopino o un portantino. Massimo rispetto per chi lavora, ci mancherebbe, ma a me non capitava mai di incontrare una persona che facesse un lavoro retribuito così, da dipenden­te statale, per capirci. E tra quelli che conoscevo, c’era pure qualcuno che mi piaceva davvero. E poi c’era la maledetta cocaina che non mi faceva ragionare. Ma allora, non adesso, come scrive la signora del libro. Ero una donna libera, a chi mi andava mi davo. Non ho mai avuto il problema di dover decidere per forza. Non avevo il problema di dover dire: ora vado con questo così poi mi posso comprare la cocaina. Non era questo il punto. Il mio era uno stile di vita che si poteva fare solo stando con persone di un certo tipo, a livello econo­mico. Per cui questo è stato, ma non è che stavo in mezzo a ‘na strada e dovevo smezzare ventimila lire con un pappone».

«E c’è una differenza, secondo te?»

Pausa, tono piccato, scandisce bene le parole.

«Non c’è una differenza. Però è giusto chiarire come ho fatto io la prostituta, se proprio ci tenete tanto a definirmi così, voi giornalisti, e come si fa la prostituta in genere. Secondo me, visto che qua si stanno mettendo i puntini sulle “i”, mettiamoli anche su questo, no? Spieghiamo bene. (…) La cocaina mi avrà pure mangiato il cervello, ma continuo a saper leggere. Vorrei vedere lei se ci riusciva. Se avesse preso tutta la cocaina che ho preso io, se avesse vissuto quello che ho vissuto io, vorrei vedere come sarebbe oggi il suo cervello. Sono pronta a scommetterci, veramente, che non sarebbe stato altrettanto funzionante quanto il mio. M’incazzo veramente per queste cose. Tutti pronti a dire che non sono at­tendibile, anche lei che su quel cavolo di libro lì non è che mi desse poi tanta fiducia, ma sulla base di che? Era meglio se sta­vo zitta? Era meglio se continuavo a dire di non saper nulla su Emanuela Orlandi? Perché la gente deve pensare che non sono attendibile a prescindere? Quelli dell’ambiente malavitoso mi reputano un’infame e quelli fuori dell’ambiente una sciroccata. Andate tutti a quel paese!».

«Sabrina, io sto registrando…».

«Lo so e fai bene. (…) È di cattivo gusto scre­ditare una donna malata come me, una che, nonostante tutto quello che ha vissuto, ci sta provando a mettere le autorità sul­la pista giusta, con le poche cose che so, ma ci sto provando».

Il libro intervista di Raffaella Notariale

Quella della Minardi è un’esistenza estrema, complicata da decifrare, incosciente, attaccabile senza appello. Certe scelte si condannano e basta perché non appartengono ai più e non si capiscono. Per comprendere c’è bisogno di una chiave rara, una chiave con la quale si comincia a giocare da bambini, con l’innocenza e l’incanto propria dei bimbi. Una chiave che usi per gioco e ti fa sbandare.

«E ciò che scoprivo mi lasciava incerta, a tratti perplessa. Ma ho scoperto presto che sbandare mi piaceva troppo», spie­ga lei. «È un’inclinazione naturale. Irresistibile».

Impaziente, Sabrina apre quante più porte può. «Rincorrevo la felicità. No, la felicità non è la vera meta. La vera meta è il brivido». Sabrina lo rincorre mentre s’invischia in esperienze sempre più tragiche, è un sortilegio, non riesce a smettere. È come la malattia del gioco: «Ti esponi perché sei certo che ti andrà bene. E ogni minima vincita ti istiga a spingerti ancora oltre».

Tragiche, sì, perché mano a mano usi quella chiave miste­riosa condendo le tue giornate con altro. Non è più solo il gio­co a spingerti oltre. Subentrano la malizia dell’adolescenza, la violenza della strada, la sopraffazione degli adulti, la violenza dei branchi, il disincanto del sesso.

«E ti senti euforica perché è tutto in discesa, comodo, per certi versi». Comodo solo in apparenza, certo. Ma perché sforzarsi? Meglio sbandare. È più divertente sporgersi, sca­valcare, cadere, rotolarsi.

E se ti schianti? «Poco male. Spaventarsi fa parte del gioco. E, del resto, l’impatto potrebbe piacerti».

Certe volte ha sempre la risposta pronta, Sabrina Minardi. Questo è uno di quei casi perché, evidentemente: «L’attra­zione morbosa non conosce limiti». È come se quella chiave misteriosa predestinasse all’incapacità di scegliere, o anche solo di accettare, un destino misurato.

«Misura vuol dire censura», ribatte lei.

La vocazione mira al baratro. Ed è forse così che i giorni si colorano di lampi e si disperdono o, forse, si ammucchiano, indistintamente. Giorni, mesi, anni amorali, imprudenti, disi­nibiti, sfacciati, ladri, dissoluti, impuniti. «Non mi sento così diversa, così impunita. La vita che ho vissuto era popolata più da insospettabili che da prostitute e criminali, credimi. Anche quando ero oramai abituata a vendere il mio corpo, certe ri­chieste mi facevano schifo. Mi ricordo che un prete una volta è riuscito a scandalizzarmi. Io non mi scandalizzo facilmente, si è capito?»

«Si è capito».

«Eppure quella volta è successo. Allora ho finto un terribile mal di pancia e sono andata via. Ho sempre esagerato, ma quel­la volta non me la sono proprio sentita. Comunque, in generale, si va oltre, si esagera finché dura, fino a quando si può».

Ma poi il tempo passa per tutti, la malattia arriva per tutti. E allora si cerca la complicità e il sostegno di chi non ha mai… «Lo sai come mi hanno trovato i poliziotti? Ero in una co­munità di Salerno e vennero a trovarmi tre agenti: Pasquale, Elvio e Giovanna. Lei, Giovanna, è veramente in gamba, ma io conoscevo solo Elvio, l’avevo conosciuto perché da ragaz­zo viveva a Trastevere. Lui sapeva cosa facevo io e io cosa fa­ceva lui. Ci conoscevamo così, insomma, non è che eravamo proprio amici. Poi quei poliziotti sono tornati, ma la seconda volta al posto di Pasquale c’era il suo capo, Vittorio. Mi hanno chiesto di Emanuela Orlandi, mi sono sentita stanata… Dovevo parlare per forza, altrimenti mi arrestavano senza replica. Ma ti stavo raccontando del sesso. Non è facile farlo sempre. Per tenere alla larga Renato, che ci metteva ore a finire, a volte nel cibo gli mettevo una medicina, mi pare si chiamasse Roip o qualcosa del genere. Così gli veniva sonno, si addormentava e mi lasciava in pace. Il sesso l’ho fatto per mantenermi, non mi è mai piaciuto e mo’ te la dico tutta: non so che cosa voglia dire avere un orgasmo. Che è quella faccia? Non sto scherzando. L’atto vero e pro­prio mi dava soddisfazione solo perché vedevo soddisfatto e fuori di testa il tizio che mi ero scelta o che mi aveva scelto. Lui, il lui di turno, voleva fottere me, in senso sessuale. Io volevo fottere lui, ma il sesso era solo un mezzo. Fisicamente non sentivo nulla e non vedevo l’ora che finisse. È sempre stato così. Pensa che il primo libro che mi ha regalato mio ma­rito Bruno è stato un volume sulla sessualità. Anzi, diciamola tutta, sulla frigidità».

Pausa. Sorride: «Ma voglio parlarti ancora di Roberto Cal­vi».

Stralci dal libro Segreto Criminale di Raffaella Notariale con Sabrina Minardi

“Oggi Anna ha incontrato un aviere. Era giovane e bellissimo. E’ stato un incontro fantastico. Anna era felice e ha partecipato intensamente”

 

Anna Fallarino Casati Stampa

Quaranta anni fa finiva in un bagno di sangue la storia triste di Anna Fallarino e di suo marito Camillo Casati Stampa. Per quacun altro l’omicidio si trasformava in un affare: 147 stanze, 3500 metri quadri, un parco secolare e una quantità inenarrabile di quadri antichi tra cui dei Tiepolo e Tintoretto. Il tutto acquistato per 500 milioni di vecchie lire. Un tempo si chiamava villa San Martino, oggi è nota come la villa di Arcore

E’ la sera del 30 agosto 1970.
Una chiamata giunge alla squadra mobile di Roma.
C’è un omicidio ai Parioli,elegante quartiere della capitale,in via Puccini.
Il capo della squadra mobile Valerio Gianfrancesco si precipita sul posto.
E’ una serata caldissima,una domenica tipicamente romana,dall’aria irrespirabile.
La polizia penetra nell’appartamento:riverso su un letto c’è il cadavere di una donna, Anna Fallarino in Casati. Ha gli occhi ancora spalancati per la paura e per la sorpresa. In un angolo Massimo Minorenti, che si scoprirà essere il suo amante.infine, riverso, il cadavere di Camillo Casati, marchese, ricchissimo, raffinato, amante della trasgressione, totalmente immerso nella perversione di offrire la moglie a sconosciuti.
Per terra un Browning 20, privo di 6 colpi, che sono stati sparati verso le vittime. L’ultimo ha ucciso il Casati, una parte del suo volto e un orecchio sono schizzati sulla parete, sporcando un dipinto. Non c’è tanto sangue, tutto sommato. Storia chiara, caso chiuso. Non vi sono dubbi.
E’ il classico delitto passionale. Inizia la perquisizione dell’appartamento. E qua incominciano le sorprese. In un cassetto ci sono centinaia di foto osè, che ritraggono la avvenente Anna Fallarino in pose esplicite, dal nudo casto al più estremo. Viene rinvenuta anche un’agenda di pelle verde, nelle cui pagine ci sono descrizioni degli incontri sessuali della Fallarino con numerosi amanti, scritti dalla mano del marchese Camillo. Tutti gli incontri erotici della donna sono minuziosamente descritti. Si tratta di un diario nel quale il marchese annota con dovizia di particolari l’incontro con ragazzi, militari e uomini maturi che partecipano, molte volte inconsapevoli di essere osservati dal marchese, alla  rappresentazione che Anna la bella mette in scena per il piacere del marito. “Oggi Anna ha incontrato un aviere. Era giovane e bellissimo. E’ stato un incontro fantastico. Anna era felice e ha partecipato intensamente” , scrive il marchese, o ancora: “Siamo stati sul litorale di Fiumicino, in molti la guardavano. Abbiamo scelto un giovane. E’ stato appagante. Lo abbiamo ricompensato con trentamila lire“, “Mi piace quando sei a letto con un altro, sento di amarti ancora di più “. Nella sua ossessione erotica, il marchese spinge la compiacente Anna ad andare oltre ogni limite. Nel diario ad un certo punto Camillo parla della sua totale dipendenza dalla compagna. E arriva profeticamente ad ipotizzarne la morte nel caso di abbandono. Misteriosamente il contenuto dell’agenda giunge alla stampa, e scoppia, clamoroso, il caso. Le prodezze amatorie della marchesa vengono fatte risaltare aldilà della stessa verità storica. Il quadro che emerge è fatto di sesso, voyeurismo e perversione estrema. Le foto erotiche della marchesa vengono pubblicate da diversi giornali: Men, L’Europeo e altri fanno a gara a presentarle, unitamente a parti del diario personale. Due parole sulla marchesa: Anna Fallarino è la seconda moglie del marchese,che ha sposato nel 1959. All’epoca della tragedia ha 41 anni, è bella e avvenente. Per far risaltare ancor di più il suo splendido corpo, non esita a ricorrere al chirurgo estetico. Una delle sue protesi di silicone verrà trovata sul letto nel quale giace priva di vita. Ma cosa ha spinto la marchesa a compiacere un marito affetto da voyeurismo e ad accettare l’umiliante degrado dell’accompagnamento con uomini sconosciuti? Nel dettaglio, quali possono essere le motivazioni, le spiegazioni di un rapporto così complicato ed esclusivo tra la coppia? Cosa può spingere la Fallarino verso una dipendenza così totale dal marito? Le risposte sono molteplici, e non tutte di facile comprensione. Una parte rilevante la gioca lo status nobiliare del marchese: ricco, sicuro di sé, ha tutto e anche più del superfluo. Anna è conquistata dal glamour che il personaggio emana. Lei viene da una famiglia piccolo borghese, e questo probabilmente le pesa. Perciò accetta, non sappiamo quanto volontariamente, o meglio, quanto volentieri, il gioco a metà strada tra l’intrigante e il degradante che la situazione erotica crea. E’ un dato di fatto che comunque accetti i personaggi che di volta in volta il marchese propone per gli incontri sessuali. Tra di essi quasi sempre ci sono ragazzi prestanti, che però vengono regolarmente pagati, quasi a suggellare il rapporto mercenario, di scambio di semplice sesso che si crea. Niente anima, quindi. Questa è bandita. Nel diario infatti il marchese più volte esprime il timore di un possibile coinvolgimento affettivo della donna. Ma l’ossessione erotica si spinge anche oltre la frontiera del sesso voyeuristico. Il marchese sente il bisogno di immortalare l’amata ed eternarla. Molte delle foto che vennero rinvenute esprimono un effettivo “amore” per la compagna,ripresa non solo impudicamente, ma anche in pose che si potrebbero definire eleganti, alle volte con tenerezza inusitata. Intanto l’opinione pubblica mostra un’interesse sempre maggiore per la vicenda,si intrecciano dibattiti e discussioni,polemiche violente rivolte per lo più a quello che viene indicato come un mondo di perdizione e devianza,alla middle class nella sua interezza..Cosa spinge il marchese al gesto estremo? Più che un’ipotesi,una certezza:Anna si è finalmente innamorata. Il giovane Minorenti è un bel ragazzo,e verso di lui non nutre solo una semplice attrazione sessuale. Così gli incontri tra i due diventano clandestini, ma Camillo scopre tutto.Non vuol perdere la compagna, non vuol cedere il suo giocattolo preferito.
Si arriva così all’epilogo del dramma. Il giorno dell’omicidio il marchese dice al maggiordomo che vuole esser lasciato solo.I tre quindi si trovano nell’appartamento,per quello che sarà l’ultimo rapporto sessuale. Poi scoppia la tragedia. Camillo spara alla moglie,poi al giovane e per ultimo volge l’arma contro se stesso. Questo stabilirà la scientifica. Nessun mistero,quindi,la dinamica è questa.Ma come già detto l’opinione pubblica è scossa,non è ancora calato l’eco della strage di Piazza Fontana. Ci si interroga anche su parti stralciate del diario,nel quale alcune voci dicono esserci nomi di attori e personaggi dello spettacolo. Solo illazioni? Chi sà,tace. Come il Gianfrancesco, che intervistato, si chiuderà a riccio su questa domanda, alimentando a dismisura le voci incontrollate. Ma vediamo nel dettaglio quello che il capo della mobile dirà al Messaggero vent’anni dopo i fatti. Escluse, per esempio, l’utilizzo da parte della coppia di droghe, così come escluse la partecipazione dei due a orge o a situazioni coinvolgenti altre donne. Escluse la presenza di foto in cui la Fallarino fosse ritratta in atteggiamenti saffici con altre donne. Escluse che il movente dell’omicidio andasse cercato in un presunto ricatto del giovane Minorenti.
Parlò anche della necessità di stabilire con esattezza la dinamica dell’omicidio: la morte per ultimo del marchese permise di chiarire anche a chi spettasse l’enorme eredità.
Fù la figlia di primo letto di Camillo Casati la beneficiaria del patrimonio.
La stessa Annamaria Casati ottenne il sequestro di una pubblicazione oscena in cui erano presenti molte foto, unite sd un rapporto diffamatorio, in molti casi inventato di sana pianta.
Si andrà anche a caccia delle famose 1500 foto, che finiranno sparse un po’ dappertutto. Non si scoprirà mai, altro mistero, come giunse il materiale alla stampa. Sospetti, non certezze.
E proprio il sapiente dosaggio della mano occulta che fornì la documentazione alimentò per molto tempo la curiosità attorno al caso.
Una vicenda, tutto sommato, triste.
Avvenuta all’interno di un classe sociale abituata a metabolizzare in fretta scandali su scandali.
Il tutto finirà sepolto negli archivi giudiziari.

 

by Paolo Benetollo

Omicidio Claps. Cronache di luglio

Sottotetto della Santissima Trinità di Potenza

6 luglio 2010 Tra i numerosissimi reperti sequestrati nel sottotetto e nei locali attigui della Chiesa della Trinità di Potenza, dove il 17 marzo è stato ritrovato il cadavere di Elisa Claps, viene isolato dai periti nominati dal gip di Salerno il Dna di due diverse persone di sesso maschile. Lo riferisce ai consulenti delle parti, nel corso di un incontro a Roma il professor Vincenzo Pascali, Direttore dell’Istituto di medicina legale dell’Università cattolica di Roma, che coordina un gruppo di periti. Due diversi Dna sono stati estratti da residui di sperma isolati su un materasso che era nel sottotetto, un terzo Dna da residui di sperma trovati in uno strofinaccio sequestrato nei locali del centro culturale Newman, che ha sede nei locali della canonica sottostanti al sottotetto. Due dei Dna – uno proveniente dai residui isolati dal materasso, l’altro da quelli dello strofinaccio – sono risultati sovrapponibili e, dunque, di una stessa persona. Il terzo Dna è risultato diverso dai primi due, e, dunque, di un’altra persona. Il gup di Salerno stabilisce che i due Dna vengano confrontati con quello di Danilo Restivo, unico indagato per il delitto di Elisa Claps e detenuto nel Regno Unito per l’omicidio di una sarta inglese. Il materiale genetico di Restivo sarà estratto da oggetti personali  sequestrati dalla polizia inglese, rimasti finora sigillati e aperto oggi in presenza dell’avvocato Mario Marinelli, legale del’indagato. Restivo, in assenza del suo legale, non aveva voluto sottoporsi a prelievo di sangue o saliva al momento dell’arresto. 

7 luglio 2010 In merito al ritrovamento di DNA maschile la famiglia Claps affida il proprio stato d’animo ad un comunicato stampa: “Dopo le ultime indiscrezioni di stampa ci chiediamo sgomenti a quanta vergogna e ipocrisia siamo costretti ancora ad assistere e quante volte la memoria di Elisa debba essere offesa ed insudiciata. Nei locali della chiesa evidentemente tutto poteva accadere senza che nessuno ne facesse parola. Dal barbaro omicidio  agli atti sessuali consumati a pochi metri dai poveri resti di Elisa. Ma quello che ci indigna sopra ogni altra cosa è la costante ed ipocrita difesa della propria immagine, da quella della Chiesa a quella del centro Newman. Il sig Galasso farebbe bene a tacere invece di affrettarsi a precisare che quei locali erano in uso anche all’azione cattolica ed ad altre associazioni parrocchiali, come se ciò sollevasse tutti da ogni responsabilità per ciò che accadeva in quella Chiesa; certo ha aggiunto, “è imbarazzante sapere che accadevano certe cose”; sarebbe più esatto dire raccapricciante per nostra madre scoprire che  quel sottotetto era diventato poco più di una squallida alcova, mentre Elisa giaceva buttata come uno straccio nell’angolo più oscuro, abbandonata da tutti meno da chi le voleva bene e disperatamente la cercava. Il vescovo Superbo, anziché precipitarsi a rassicurare i fedeli, il giorno dopo la farsa del ritrovamento del 17 marzo, che la chiesa sarebbe stata riaperta al culto, bene farebbe ad invitare don Wagno e quanti altri sono a conoscenza della verità a compiere un atto di carità cristiana e a squarciare questo sordido velo che ancora ricopre le circostanze della scoperta del corpo. I fedeli e tutta la città di Potenza credo che abbiano bisogno di ben altre rassicurazioni che non quella della riapertura al culto della Trinità. Don Wagno ha mentito sul particolare degli occhiali, la perizia lo dimostra inequivocabilmente, riteniamo offensivo per noi e per la memoria di Elisa l’equivoco tra cranio ed Ucraino che è stato causa, a dire del vescovo, dell’incomprensione rispetto ai tempi del ritrovamento. E ancora noi genitori abbiamo bisogno di essere rassicurati su quello che accade nelle parrocchie per non ritrovarci un giorno a scoprire quello che stiamo apprendendo  dopo il ritrovamento del corpo di Elisa. La famiglia fa appello alla città intera, oggi più che mai, affinchè ci stiano accanto per raggiungere la verità e  spazzare via l’ipocrisia e l’omertà che avvolgono questa vicenda. Lo dobbiamo ad Elisa e a ciascuno di noi per non vergognarci di appartenere a questa comunità“. 

14 luglio 2010 Il perito nominato dalla Procura dela Repubblica di Salerno  nell’ambito dell’incidente probatorio disposto dagli inquirenti sull’omicidio di Elisa Claps chiede 15 giorni di proroga. 

23 luglio 2010 Nuovo sopralluogo degli agenti della polizia nei locali della chiesa della Santissima Trinità di Potenza. Si tratta – secondo quanto si è appreso – di un sopralluogo di polizia giudiziaria, che dovrebbe essere molto più breve di quelli effettuati dalla polizia scientifica due settimane fa nel sottotetto e nei locali della canonica (che durarono due giorni) su richiesta di Eva Sacchi, uno dei periti nominati dal gip di Salerno. 

27 luglio 2010 La polizia perquisisce a Casa Santa di Erice (Trapani), su disposizione della magistratura di Salerno, l’abitazione dei genitori di Danilo Restivo. La perquisizione, cominciata nella mattinata, si è protratta fino alle 17. Durante la perquisizione, svolta da personale della squadra Mobile di Potenza, sono stati acquisiti alcuni documenti e anche un computer. Al termine degli accertamenti i genitori di Danilo Restivo, assistiti da un legale, sono stati accompagnati negli uffici della Dia di Trapani per firmare i verbali di sequestro. I coniugi Restivo abitano da circa tre anni in un appartamento nel quartiere periferico di Casa Santa, al confine tra i comune di Trapani ed Erice.

30 luglio 2010 Non è di Danilo Restivo, indagato per omicidio, né il primo né il secondo Dna, appartenenti a due uomini, isolati tra i numerosissimi reperti sequestrati nel sottotetto e nei locali attigui della Chiesa della Trinità di Potenza. Lo ha stabilito il gruppo di periti coordinato dal professor Vincenzo Pascali, Direttore dell’Istituto di medicina legale dell’Università cattolica di Roma. Gli esiti degli accertamenti genetici sono stati già trasmessi al gup di Salerno, che aveva disposto la consulenza. I periti hanno isolato il Dna di Restivo da una tazza e un bicchiere dell’uomo, sequestrati, insieme ad altri oggetti personali, dalla polizia inglese e inviati in Italia per l’estrazione del Dna, su richiesta della magistratura di Salerno. Il profilo genetico dell’indagato è stato poi confrontato, con esito negativo, con i Dna di due uomini, estratti dai periti genetisti da residui di liquido seminale ritrovati tra i reperti sequestrati nel sottotetto della Chiesa della Trinità e nel sottostante circolo culturale Newman di Potenza.

Piero della Francesca e l’assassino

Guardate il quadro di Piero della Francesca, La flagellazione di Cristo. Il personaggio in primo piano, vestito con una tunica rossa, scalzo, con la mano sinistra sul fianco, altri non è che Oddantonio da Montefeltro, duca di Urbino, assassinato in circostanze misteriose e mai chiarite cinque secoli fa.

Era passato appena un anno dal glorioso debutto del giovane duca di Urbino Oddantonio da Montefeltro, quando le corti italiane furono raggiunte dalla notizia che era stato assassinato insieme a due dei suoi più fidi consi­glieri; il suo fratellastro Federico da Montefeltro gli succedette già il giorno dopo l’attentato.

Il corso degli eventi è presto detto. Nella notte tra il 22 e il 23 luglio 1444, mentre Urbino è stretta nella morsa dell’afa estiva, alcuni uomini armati, forse una dozzina o poco più, penetrano nel Palazzo ducale: è passata da poco la mezzanotte. Con una trave sfondano la porta degli appartamenti di Oddant~nio. La loro pri­ma vittima è il consigliere Manfredo dei Pii, che riesce a malapena a impugnare la sua spada prima di essere trucidato. Ser Tommaso di Guido dell’Agnello, il più influente consigliere di Oddantonio dopo Manfredo, si nasconde sotto un letto; ma i congiurati lo trascinano fuori e lo trafiggono con un pugnale.

Poi è il turno di Oddantonio. E’ stato svegliato dal frastuono, comprende la situazione, tenta di nascondersi. Gli attentatori lo trovano: il giovane cade in ginocchio davanti a un grosso crocifisso, piange, implora clemenza. Ma gli assassini non conoscono pietà: due pugnalate trapassano il corpo del duca, e un colpo di scure in testa lo finisce. I cadaveri vengono gettati dalla finestra del palazzo, trascinati in piazza e deturpati; pare che qualcuno abbia tagliato il membro di Oddantonio e glielo abbia poi infilato tra i denti.

Il macabro dettaglio è tramandato in un’edizione a stampa dei Commentarii di Enea Silvio Piccolomini, il futuro papa Pio II. Non sappiamo se corrisponda a verità, ma, come atto simbolico, si adat­ta bene alla motivazione proposta in seguito per l’assassinio da Pic­colomini e altri cronisti, i quali trasmettono l’immagine di un ca­rattere debole e instabile, indotto da «cattivi consiglieri» a uno «stile di vita dissoluto e selvaggio». (tratto da Piero della Francesca e l’assassino di Bernd Roeck, Bollati Boringhieri, 2007)

Via Poma. La ragazza con l’ombrellino rosa

La ragazza con l'ombrellino rosa di Igor Patruno

INVITO PRESENTAZIONE 14 luglio

Mercoledì 14, alle 19.30, presso lo SPAZIO DIBATTITI della libreria RINASCITA alla FESTA DELL’UNITA’ di ROMA, Massimo LIPPOLIS, Giovanni LUCIFORA e Gianluca SANTILLI presenteranno il mio libro LA RAGAZZA CON L’OMBRELLINO ROSA, l’omicidio di via Poma venti anni dopo.