BAGATELLE PER UN MASSACRO

Il confronto politico in Italia non è mai stato così sciatto! C’è un ex “brillante” ministro del Governo Prodi, ora divenuto segretario del PD che avanza la (sua?) candidatura a Palazzo Chigi: ”Stavolta il candidato premier tocca a noi“. Lasciando intendere di non credere troppo alla durata fino a scadenza naturale della legislatura del Governo Monti.

C’è un ex presidente del consiglio che parla a ruota libera e sostiene di aver fatto un passo indietro, non perché costretto dal fallimento delle sue sciagurate decisioni e dall’incapacità manifesta di gestire la crisi, ma per il bene dell’Italia e sopratutto per poter avviare con l’opposizione le “riforme istituzionali”. E che riforme! Tutti i poteri al presidente del Consiglio. Un po’ come “tutto il potere ai soviet”. La frequentazione assidua di Vladmir Putin lo deve aver trasformato in un leninista della “seconda ora”. Insomma dopo Giulio Tremonti ormai diventato “socialista”, ora abbiamo Silvio B. sulla strada del comunismo. Certo che una cosa bisogna riconoscergliela: non si smentisce mai!

C’è un ex ragazzo di belle speranze, cresciuto nelle stanze di Botteghe Oscure, e poi diventato il leader di SEL, che non riesce a decidersi in quale alleanza stare alle prossime politiche. Ora sembra che la condizione per mantenere il “patto di Vasto” sia un programma di coalizione analogo a quello di François Hollande. Non vorrei che il gioco fosse modificare all’infinito le condizioni dell’alleanza, insomma alzare l’asta per scendere in gara, perché il rischio sarebbe l’ennesimo suicidio politico della diaspora di sinistra in Italia.

C’è poi un ex presidente della Camera, Pier Ferdinando Casini,  che – come già fecero Francesco Rutelli e Walter Veltroni durante la campagna per le politiche – ha annunciato il “giro” solitario di 100 città italiche per “ascoltare” i cittadini. Da non crederci. Dopo i candidati itineranti, adesso avremo anche un leader di partito “on the road”. Lo fa per smarcarsi dall’ingombrante presenza di Gianfranco Fini? Lo fa per liberarsi dal peso di Francesco Rutelli? Lo fa perché pensa ad un’alleanza a venire con quel che resta del PdL? Lo fa per non scoprire le carte? Casini è un “democristiano” doc, forse l’unico di rango rimasto in circolazione, e quello che ha in mente non lo dirà fino a che non lo farà.

C’è anche un ex comico, tale Beppe Grillo, che non riesce a far ridere (almeno a me) nemmeno travestito da pseudo politico. Sbraita perché qualcuno dei suoi adepti se ne fotte del diktat di non andare in televisione (la televisione attrae morbosamente come gli occhi di una fanciulla ammiccante). Sbraita contro il Presidente della Repubblica perché non ha riconosciuto come un “boom” il successo elettorale del movimento “5 stelle”. Sbraita contro tutti e tutto perché altro non sa fare.

C’è, infine, un professore, Mario Monti, diventato presidente del Consiglio che lancia strali sottili contro il suo predecessore, salvo poi rimangiarseli quando il clima della maggioranza si fa incandescente. A noi le politiche economiche del Governo non sembrano eque. C’è chi paga troppo e chi continua a pagare troppo poco. A noi non piace la scelta di continuare a far lavorare gli anziani e di lasciare i giovani senza lavoro. A noi l’atteggiamento supino nei confronti delle politiche di Angela Merkel sembra un suicidio. Ma al momento non c’è nulla di meglio all’orizzonte. Però di una cosa siamo certi: se il professore continuerà a respirare quest’aria avvelenata non “tirerà a campare”. Andrà da Napolitano e rassegnerà le dimissioni. A quel punto non resterà che andare a votare. E forse sarà meglio così.

by Colas

Il Vaticano spera, B. allarga (la maggioranza), il “Terzo Polo” traballa… e il PD resta a guardare

Vedi, non è mica una questione di campagna acquisti. Ora dobbiamo solo stare buoni e aspettare. Non ci crederai ma stavolta ho un alleato più “fedele” di Putin…».

Il ministro che due giorni fa ha raccolto questa confidenza di Silvio Berlusconi ha subito pensato a una battuta. Subito dopo, quando il Cavaliere ha ripetuto per la seconda volta la parola «fedele», il suo interlocutore s’è fatto attraversare da un dubbio. Che soltanto ieri è riuscito a fugare.

Nel divertente gioco di parole berlusconiano, infatti, l’aggettivo «fedele» non si riferiva alla «fedeltà». Ma alla «fede». Ed era un modo come un altro per avvertire tutta la «baracca» che lui si sente tranquillo. Forte della certezza, come gli hanno ripetuto nei giorni dopo la fiducia collaboratori strettissimi (Gianni Letta) e osservatori più o meno esterni (tra cui il giornalista Bruno Vespa), che «il Vaticano spera nella sopravvivenza tanto dell’esecutivo quanto della legislatura». In fondo, è l’ultimo (e decisivo) capitolo della «nuova alleanza» tra Oltretevere e Palazzo Chigi, la cui prima pagina era stata scritta proprio a casa del conduttore di Porta a porta, a luglio, alla presenza del segretario di Stato vaticano Tarcisio Bertone e di Pier Ferdinando Casini.

Rispetto a cinque mesi fa, il quadro politico s’è modificato. Ma l’obiettivo della trama Vaticano-Palazzo Chigi sembra essere sempre lo stesso. Portare i centristi all’interno della maggioranza. Per tutti coloro che gli fanno notare che Casini non sono ha votato la sfiducia, ma ha fondato il terzo polo con Fini il giorno successivo, il Cavaliere ha una sola risposta: «Vedrete, fidatemi di me. Di quelli del Terzo Polo, soltanto Fini finirà miseramente con la sinistra». Vane o meno che siano, il borsino delle speranze berlusconiane ha subito ieri un’impennata. Primo: Avvenire, il quotidiano dei vescovi, s’è presentato in edicola con un editoriale in cui il direttore Marco Tarquinio avvisava il fronte casinian-finiano del rischio di un «terzo pasticcio». Secondo: durante la messa prenatalizia a Sant’Ivo alla Sapienza, il presidente della Cei Bagnasco – alla presenza di Casini, Gasparri, Quagliariello e Schifani – ha chiesto alla politica «un dialogo vero». E, come se non bastassero i due segnali di cui sopra, la parlamentare ipercattolica Paola Binetti, una dei cento della nascitura delegazione neopolista, ha detto al Giornale che «Berlusconi potrà contare su ben più di tre deputati». E pazienza se «Fli non è d’accordo».

Casini, che ufficialmente continua a rimanere lontano anni luce dalla maggioranza, ha accolto tutte le istanze arrivate ieri da Oltretevere. L’editoriale di Avvenire? «Ne tengo conto e condivido il monito». Le parole di Bagnasco? «Dettate dal suo amore per l’Italia». Al quadro d’insieme s’è aggiunto un «fuori onda» del segretario dell’Udc Lorenzo Cesa, intercettato dai cronisti mentre, benedetto dagli affreschi di Sant’Ivo alla Sapienza, diceva a Gasparri: «Non alzate sempre l’asticella… Oggi alla Camera vi abbiamo già votato tutta quella roba sui rifiuti, che non dovevamo votare…».

Trattativa o meno, più d’un finiano ha già manifestato a «Gianfranco» i suoi sospetti sulla tenuta del nuovo polo. Certo, il presidente della Camera, almeno per il momento, è obbligato a fidarsi. Ma non è un caso se, di fronte alla bordata di Avvenire, ha scelto la strada opposta a quella di Casini. Quella di replicare alle domande dei cronisti con un secco «non l’ho letto» seguito da un «aufidersen». Mentre Cesa, che stava a pochi passi da lui, ha replicato a stretto giro: «Io invece l’ho letto con attenzione e rispetto quello che ha scritto». Messa così, sembrerebbe la prima avvisaglia di una crisi interna al terzo polo. La prima ruggine nelle fondamenta a sole ventiquattr’ore dall’inaugurazione del cantiere. La faccenda, ovviamente, è molto più complicata. «Soprattutto perché Pier», come ha tentato di spiegare Fini ai tanti dubbiosi che s’annidano tra i suoi, «adesso non può più fare marcia indietro». Le «certezze» di Berlusconi, forte delle rassicurazioni del fidato Gianni Letta, vanno nella direzione opposta. «Vedrete, andiamo avanti così fino a gennaio e poi la maggioranza sarà più larga», è il suo ritornello preferito. Soltanto con la sponda del Vaticano, infatti, il premier può vincere il braccio di ferro con la Lega e scongiurare il voto anticipato. «È quello l’unico viatico della sopravvivenza», insistono i suoi, sostenendo che la «l’incubo Fini» ormai è alle spalle. «Al punto che le dimissioni del leader di Fli dalla presidenza della Camera non le vogliamo mica perché temiamo le sue imboscate. Quanto perché abbiamo altri candidati alla successione…». E tra questi c’è senz’altro il ciellino Maurizio Lupi. Che sta in pole position.

Tommaso Labate per Il Riformista

La Spectre e i guai di B. Un’analisi dell’ipotesi complottista

Ricordate la conversazione tra Rinaldo Arpisella (portavoce della Marcegaglia silurato e rispedito a “casa”, ovvero ad occuparsi delle aziende di famiglia) e Nicola Porro (giornalista rampante de il Giornale).

Proviamo a rileggerla.

Rinaldo Arpisella: “No, no fermati un attimo non sai alcune cose. Purtroppo voi siete relegati lì, in via Negri senza comprendere, capire che non esiste solamente la politica Fini, la politica Casini. Ma che ci sono sovrastrutture che passano sopra la mia testa, la tua testa… “ E ancora: “…Ma tu non sai che c… c’è altro in giro, ti parlo da amico cioè… è un’ottica corta cioè… è allora il cerchio sovrastrutturale va oltre me, va oltre Feltri, va oltre Berlusconi, va oltre…”. E poi ancora: “Dai secondo te chi c’è dietro Fini?”.

Nicola Porro: “Chi c’è dietro Fini, tu lo sai? Io no”.

Rinaldo Arpisella: “Ci sono quelli che c’erano dietro la D’Addario, dai su!

Ma a chi fa riferimento Rinaldo Arpisella?

Facciamo un salto indietro nel tempo e leggiamo quanto ha scritto Paolo Guzzanti sul suo blog.

L’ordine è arrivato dagli Stati Uniti: Berlusconi va eliminato. Motivo: i contratti energetici che legano non solo l’Italia alla Russia, ma tutta quella parte di Europa che Berlusconi è deciso a portarsi con sé. A me già lo disse chiaro e tondo l’ambasciatore Spogli che andai a salutare quando lasciò l’ambasciata di via Veneto: “Non siamo certo noi americani che vogliamo vendere energia all’Italia, ma vogliamo un’Italia che non dipenda dalla Russia come una colonia e non vogliamo che la Russia incassi una somma di denaro di dimensioni mostruose, che poi Mosca converte direttamente in armamenti militari”.

Sullo stesso argomento è tornato Andrea Carancini sul suo blog ed ha evocato la Spectre.

La gente continua a non capire che Berlusconi, in realtà, è più debole dei suoi nemici, e che sta per soccombere. E questo nonostante la modestia dei suoi avversari dichiarati: di personaggi come Fini, Bersani, o Casini, che da soli non sarebbero certo in grado di impensierirlo. Nani, che però sembrano giganti perché a indebolire il presidente del Consiglio c’è la Spectre. (…) Ve lo ricordate Blofeld? Ernst Stavro Blofeld, il capo che con pugno di ferro impartiva ai propri sottoposti le direttive dell’Organizzazione: terrorismo, ricatto, estorsione! Nella realtà, quelle direttive corrispondono tuttora alle linee-guida della politica estera americana. Certo, oggi metterle in pratica è un po’ più complicato rispetto a qualche anno fa: le crescenti difficoltà dell’Impero sono sotto gli occhi di tutti. Ma in un paese come l’Italia, segnato dal particolare servilismo della propria classe dirigente, chi fa il riottoso, chi sgarra, come Berlusconi, ancora oggi rischia di fare un brutta fine. Bruttissima. (…)  Perché? Perché Berlusconi, tra le altre cose, ha portato l’Eni – grazie ai buoni uffici di Putin – a ottenere commesse in Turkmenistan, in quello che gli americani – restii ad abbandonare la loro logica imperiale – considerano il loro giardino eurasiatico. Eccola la colpa di Berlusconi: ha fatto la pipì nel giardino del capo della Spectre”.

Insomma la Spectre sarebbero gli Stati Uniti d’America e Ernst Stavro Blofeld sarebbe niente di meno che Barack Obama, oppure l’ineffabile Hillary Clinton.

Andiamo avanti. Qualche giorno fa Scaroni (l’amministratore delegato dell’Eni) e la compagnia venezuelana PDVSA hanno firmato un accordo finalizzato allo sfruttamento petrolifero. In sintesi l’Eni parteciperà alla creazione di 2 società con l’azienda statale controllata da Chavez.  L’investimento complessivo sarà di 17 miliardi di dollari, di cui 7 (circa 5,2 mld di euro) saranno a carico dell’Ente nazionale idrocarburi. Verranno creati più di 1500 pozzi nella Fascia dell’Orinoco, nel centro del paese; l’obiettivo è incrementare la produzione dell’Eni in Venezuela dai 10.000 barili al giorno estratti oggi fino a 190.000 entro il 2018. Oneri e profitti delle joint venture saranno suddivisi al 40% per la compagnia italiana e al 60% per la PDVSA. Sembra che l’accordo non sia piaciuto al dipartimento di Stato americano che, com’è noto, mal sopporta la presenza di Chavez nel continente sud americano.

Insomma siamo a tre potenziali “sgarri”.

Ma non è finita. Nell’elenco delle sgradevolezze di B. nei confronti dell’amministrazione americana c’è senza alcun dubbio il suo “particolare” rapporto con Muʿammar Gheddafi. Non è un segreto il fatto che il leader libico è sulla lista nera del dipartimento di Stato. Per non parlare poi degli affari di Finmeccanica in giro per il mondo (in particolare in Africa e in Asia). Difficile dire quanto dell’immenso fatturato dell’azienda 18 miliardi euro sia frutto della vendita di armi, di radar, di elicotteri e di sistemi per la guerra elettronica.

Insomma l’elenco è lungo. E con la pubblicazione dei file “classificati” del Dipartimento di Stato americano si allungherà ancora di più.

Tuttavia è difficile spingersi oltre, ipotizzare addirittura il complotto internazionale contro B., evocare il fantasma di servizi segreti esteri  che finanziano e proteggono “escort” per inchiodare il premier,  che forniscono “prove” d’accusa ai magistrati sulle malefatte di cricche e affini, che spingono leader politici a schierarsi contro il partito del Presidente del Consiglio, anche perché non mi sembra che ci sia bisogno di pagare escort professioniste, visto il via vai continuo di attricette, veline e ragazzine nelle residenze di B., visto che le cricche sono talmente tante e così sicure di farla franca da seminare ovunque “prove” delle loro malefatte ovunque, visto che lo schiacciamento del premier sulla Lega di Bossi ha determinato reazioni più che legittime, visto che il problema del post B. è divenuto d’attualità grazie all’atteggiamento avuto dal premier, agli errori commessi, alla sua incapacità di costruire una transizione indolore (soprattutto per lui).

Sintesi. Chi è causa del suo mal pianga se stesso.

By COLAS

E Casini si dichiara pronto: “Non possiamo consentirci di stare in riva al fiume perchè il cadavere che vedremo passare non è quello di Berlusconi ma quello del Paese”

Pier Ferdinando Casini parla a Milano e dice:

“Non ci piace questo governo. Non ci piace la Lega e non ci fidiamo delle promesse di Berlusconi (…) Se vogliono cambiare ci siederemo al tavolo, ma ci aspettiamo fatti, non chiacchiere. Siamo stati due anni e mezzo all’opposizione non per partito preso o solo per coerenza elettorale ma per un giudizio negativo sulla politica degli spot (…) Gran parte del mondo dell’industria, dei sindacati e del mondo cattolico ci dicono di entrare nel governo per senso di responsabilità. Noi non possiamo stare sulla riva del fiume ad aspettare che passi il cadavere perché il cadavere è l’Italia e noi siamo italiani, ma possiamo aiutare solo a condizione che le cose cambiano davvero (…) Non possiamo consentirci di stare in riva al fiume perchè il cadavere che vedremo passare non è quello di Berlusconi ma quello del Paese”.

E finalmente si capisce perché Gianfranco Fini ha fatto un passo indietro. Sono mesi che il leader dell’UDC, grande interprete del tatticismo democristiano, dice e non dice, si offre e non si offre. Ora sembra che l’apertura sia “sostanziale”, anche se un “ripensamento” non ci meraviglierebbe più di tanto. La “pattuglia” di voti disponibili a sostenere un governo B-bis potrebbe essere più numerosa di quanto possa apparire oggi contando l’appartenenza ai gruppi parlamentari. Si dice che Beppe Fioroni sia pronto al “passaggio” dal PD all’UDC sin da prima dell’estate, e il suo apporto aggiungerebbe ai 35 deputati dell’Unione di Centro il considerevole apporto dei suoi 25 fedelissimi. Insomma B. si troverebbe così a disporre di 60 voti in più.

Lo scenario è tutt’altro che improbabile. Gli anni di opposizione hanno “fiaccato” lo spirito dei maggiorenti centristi. L’assenza di “posti” governativi e non sta iniziando a farsi sentire pesantemente in un’area dove il “clientelismo” e la spartizione del potere sono elementi fondanti ed essenziali alla stessa sopravvivenza del progetto “politico”. Certo, qualche problema con la Lega Nord potrebbe sorgere, ma nell’ottica del “tirare avanti” tutto è possibile. Di fronte a questo scenario Fini – anche lui maestro di tattica – ha deciso di rallentare la corsa verso la crisi. In fondo potrà sempre sostenere di aver fatto l’apripista per l’allargamento al centro.

by COLAS

B.: “Una mia defezione procurerebbe danni seri al centrodestra e a tutto il Paese”. E intanto cerca di convincere Casini ad appoggiare il Governo…

Figuratevi se poteva mancare Fabrizio Corona!

Nel giorno del suo diciottesimo compleanno Ruby, la giovane marocchina al centro dell’ultima inchiesta scandalo condotta alla procura di Milano,  tace. Parla invece Silvio Berlusconi, tramite le ennesime anticipazioni del libro di Bruno Vespa.”Una mia defezione procurerebbe danni seri al centrodestra e a tutto il Paese” assicura il premier. Che lancia un messaggio all’Udc, di cui gradirebbe “un appoggio alla nostra maggioranza e al governo. Mi auguro che Casini ci pensi“.

Al conduttore di Porta a Porta, il presidente del Consiglio torna a ripetere la carta del “sacrificio personale” a cui si sottoporrebbe per il bene del Paese: “Non sono mosso da ambizioni politiche, a volte gli impegni sono disumani, ancorchè sia aiutato nella quotidianità dell’azione di governo da quella straordinaria persona che è Gianni Letta, ma sto qui per senso di responsabilità“. Ed ancora: “So bene che i cimiteri sono pieni di persone indispensabili, ma credo che se dovessi ritirarmi ora mancherei a un mio dovere e perderei la stima dei tanti italiani che mi hanno dato la loro fiducia“.

Sul fronte politico, intanto, le acque restano agitate. Con l’ombra di un governo tecnico che si allunga sull’esecutivo. Soprattutto dopo le parole pronunciate da Fini sul caso Ruby. Eventualità che la maggioranza vede come il fume negli occhi: “Spero che quelle del presidente della camera siano solo battute. Ma se qualcuno provocasse una crisi di governo l’unica via sarebbe quella del voto” dice il presidente dei deputati del Pdl, Fabrizio Cicchitto.

Ultimativi i toni del Carroccio. “Macchè Governo tecnico, macchè Lega interessata ad un Governo tecnico! Io sono preoccupato che qui, profittando delle vicende personali di Berlusconi, sia in atto un colpo di Stato, ma sarebbe il golpe dei fighetta, di quelli che frignano e che non hanno voce e voti. Ma se c’è colpo di stato la rivolta del popolo è legittima” sbotta il ministro per la semplificazione, Roberto Calderoli.

Ma propio dai finiani arriva un nuovo affondo. ”Chi dice che bisogna parlare solo delle cose da fare o fatte da questo governo, fa finta di non capire che Berlusconi non e’, non puo’ essere, ‘Berlusconi Silvio’ privato cittadino. Sarebbe bello per lui ma non e’ cosi’ - dice Filippo Rossi su Ffwebmagazine, periodico online di Farefuturo – Qualsiasi cosa voglia essere l’uomo di Arcore, gli italiani, tutti gli italiani, sono comunque coinvolti. Ed e’ per questo che parlare di Berlusconi e’ fare la cosa giusta”.

Corriere della Sera

 

FACCIAMO UN ESERCIZIO DI FANTAPOLITICA: “E SE A PALAZZO MADAMA FOSSE PRONTA UNA TRUPPA DI SENATORI DISPOSTI A SGANCIARSI DAL PDL IN CAMBIO DI QUALCHE RASSICURAZIONE PERSONALE CHE COSA POTREBBE ACCADERE?”

RAFFAELE LOMBARDO

RAFFAELE LOMBARDO

Una nuova legge elettorale. E anche un nuovo governo. Ovviamente si tratta di una strettoia, possibile grazie ai voti di finiani (nel senso di Gianfranco) e lombardiani (nel senso di Raffaele) a Montecitorio. Ma, qui viene il bello, garantita dal passaggio sulle posizioni dell’attuale opposizione di un «gruppo di senatori responsabili» che si nasconderebbero a Palazzo Madama anche nelle file del Pdl. Sembra un esercizio di fantapolitica. Eppure basta registrare le reazioni scomposte di alcuni membri del governo al tema della riforma elettorale per rendersi conto di come, a Palazzo Chigi, il dossier sia stato catalogato alla voce «allarme rosso».

GIANFRANCO FINI

GIANFRANCO FINI

È bastato che Gianfranco Fini sollecitasse il presidente della commissione Affari Costituzionali di Montecitorio, il pdl Donato Bruno, perché il suo ex colonnello Altero Matteoli gli rispondesse a stretto giro che «non possono esserci due maggioranze, una per l’attività di governo ed una per la legge elettorale». Di conseguenza, è il messaggio che il ministro delle Infrastrutture ha inoltrato ai finiani, «non si vede alcuna necessità di modificare l’attuale legge su cui si fondano il bipolarismo e la scelta di chi governa da parte dei cittadini».

Se quello di Fini fosse stato un puro esercizio di stile, è il ragionamento che si fa tra i banchi di Pd e Udc, «non ci sarebbe stata una risposta così irritata». Al contrario, come ha assicurato Dario Franceschini ai microfoni di Repubblica tv, «una maggioranza per cambiare la legge elettorale c’è». Alla Camera, dove basta che la votino i deputati di Fli e Mpa. «E anche al Senato», ha aggiunto il capogruppo democratico, dove invece è necessario ricorrere al soccorso azzurro di un «gruppo (nascosto) di senatori responsabili» che, pur di impedire il ritorno alle urne col Porcellum, sarebbero disposti a garantire la sopravvivenza della legislatura per cambiare la legge elettorale.

Esiste la fantomatica truppa di Palazzo Madama? Pare di sì. E quando ieri mattina Il Foglio ha stilato un elenco di «senatori irrequieti», il sito l’Occidentale, vicino alla Magna Carta (il cui presidente onorario è Gaetano Quagliariello, vicecapogruppo del Pdl), li ha chiamati uno ad uno per registrarne la smentita. Eppure, a sentire le ultime di Radio Transatlantico, basterebbero una decina di parlamentari – sommati a quelli che resterebbero fedeli a Fli e all’Mpa – per cambiare «segno» all’Aula di Palazzo Madama.

Dieci parlamentari disposti a sostenere, come ammettono autorevoli fonti dell’opposizione dietro la garanzia dell’anonimato, un governo «magari guidato da Beppe Pisanu» ,che abbia al primo punto dell’ordine dei lavori la riforma elettorale. L’impresa non è semplice.

GAETANO QUAGLIARIELLO

GAETANO QUAGLIARIELLO

Ma, sul punto, anche il più eterogeneo dei gruppi – come quello formato da Pier Luigi Bersani, Antonio Di Pietro, Pier Ferdinando Casini, Gianfranco Fini e Raffaele Lombardo – riuscirebbe a trovare la «quadra». A dispetto anche dei malumori che, tanto per fare un esempio, già si registrano tra le quattro mura del Pd («Il bipolarismo non può essere messo in discussione», sottolineano i veltroniani).

Rimane il dilemma: quale «incidente di Sarajevo» potrebbe archiviare il governo Berlusconi? La prima pista è quella che porta al cambio della guardia alle presidenze delle commissioni parlamentari. E non a caso il Cavaliere ha dato mandato a Fabrizio Cicchitto di schierarsi a favore della «riconferma» degli attuali assetti, comprese le presidenze dei finiani Giulia Bongiorno (alla Giustizia) e Silvano Moffa (al Lavoro).

BRIGUGLIO E BOCCHINO

BRIGUGLIO E BOCCHINO

Ma attenzione: che cosa succederà al Copasir presieduto da Massimo D’Alema, in cui Pdl e Lega minacciano l’Aventino nel caso in cui non verrà cambiata la composizione della commissione? «La legge sul Copasir non prevede modifiche», ha scandito il capogruppo finiano Bocchino “coprendo” politicamente la scelta del compagno di partito Carmelo Briguglio di partecipare – unico tra i commissari della maggioranza – alla riunione di ieri. E ancora: come potrebbe reagire l’attuale maggioranza nel caso in cui, all’interno di qualche commissione importante, il voto segreto agevolasse l’elezione di un presidente non previsto dal canovaccio già scritto (un caso Villari al contrario, insomma)?

MARIO BALDASSARRI

MARIO BALDASSARRI

Ma l’incubo della maggioranza riguarda soprattutto il federalismo fiscale dei comuni, che sarà votato dalla stessa commissione bicamerale in cui è decisivo il voto del finiano Mario Baldassarri. Quando? Semplice. Tra tre settimane. Lo stesso lasso di tempo di cui Roberto Maroni, non a caso, aveva parlato nell’intervista di domenica al Corriere della sera. «Se cadiamo sul federalismo», ammette un’autorevole fonte del Pdl, «Bossi vorrà andare subito al voto». E solo Palazzo Madama potrà fermarlo. Forse.

Tommaso Labate per Il Riformista

Cosa prevedono i sondaggi di cui non si deve parlare, ma che nei palazzi del potere girano di mano in mano, tra volti corrucciati, scongiuri e incredulità?

Cosa prevedono i sondaggi di cui non si deve parlare, ma che nei palazzi del potere girano di mano in mano, tra volti corrucciati, scongiuri e incredulità?

Sono indispensabili due premesse. La prima è che gli aruspici dei tempi nostri, ovvero i sondaggisti, non sempre ci prendono. Il popolo italico (l’ho già scritto tante volte) non è facilmente sondabile perché anche tra i “campioni” di cittadini accuratamente selezionati dagli istituti di ricerca, oppure tra i “campioni” scelti a caso tra le fasce di età, tra le posizioni sociali, tra le localizzazioni geografiche c’è un alta percentuale di “reticenti”. Sarà l’atavico timore del “potere”, sarà l’innata passione per la “burla”, sarà la doppiezza tante volte denunciata dai “poeti”, sarà l’indecisione che perseguita l’elettore sin dentro l’urna, ma gli italiani spesso rispondono ai sondaggisti l’esatto contrario di quello che faranno. La seconda premesse riguarda l’iperattività del premier. Le sue apparizioni televisive hanno superato quelle dei paesi dove la democrazia è un optional. Negli ultimi tre giorni hanno assorbito un terzo del TG1, il 50% del TG5 e così via. Insomma il tanto temuto “colpo di coda” c’è stato! Tanto da far dire ad Emma Bonino: “Mi aspetto di vederlo apparire nelle rubriche delle previsioni meteo, in quelle dell’oroscopo del giorno, oppure di saperlo intento a citofonare a tutti gli italiani (magari con l’aiuto di qualche sosia)“. Alla fine solo le pagine dei necrologi sono restate immuni dall’invadenza mediatica del Presidente del consiglio. Ormai Silvio B. è divenuto l’avatar di tutti i candidati del centro destra. Lo scontro – almeno nell’immaginario italico – non è tra Cota e Bresso, tra Polverini e Bonino, tra Caldoro e De Luca, tra Rocco chi? e Vendola, ma tra lui e tutti i candidati del centro sinistra.

Fatte le premesse, passiamo ai contenuti dei sondaggi. Non si possono riportare dati precisi perché una “inutile” legge lo vieta. Tuttavia si può dire che in Piemonte lo scontro sarà all’ultimo voto, non tanto per il carisma di Roberto Cota (oggetto mediatico inventato a tavolino), quanto per la crescita della Lega tra le fasce più popolari delle genti nordiche e per il fatto che il partito di Umberto Bossi è ormai divenuto la scelta obbligata per chi proprio non riesce a votare a sinistra pur non riuscendo a rinnovare il consenso al PdL. A Roma Emma è in vantaggio, nonostante l’anatema dei vescovi italiani, nonostante l’appoggio dell’UDC di Pier Ferdinando Casini, nonostante l’irruenza mediatica del premier, nonostante la capillare diffusione di annunci pubblicitari pro Polverini (ma qualcuno chiederà al comitato elettorale di Renata Polverini dove hanno trovato i “milioni” – pare 7 – spesi? Ne dubito!), l’assenza del “voto” di lista (ovvero l’assenza di quei 200.000 voti legati “solo” ai candidati del PdL) si sentirà. E come se si sentirà! Basterà Roma ad Emma per battere la candidata del centrodestra? Forse no, ma resterà comunque un segnale di speranza! Una sorpresa potrebbe arrivare dalla Campania: la rincorsa di Vincenzo De Luca sta continuando ora dopo ora e il suo recupero sul “mansueto” Stefano Caldoro ha dell’incredibile. Nonostante nessuno ne parli, nonostante il silenzio mediatico sia davvero assordante, nonostante il divario non sarà facilmente colmabile, almeno , il sindaco di Salerno la partita se la sta giocando. Il centro sinistra perderà sicuramente la Calabria. Scopelliti ha mantenuto il vantaggio su Agazio Loiero. Ma la sorpresa vera sarà il risultato di Pippo Callipo che potrebbe condensarsi in un successo personale a “due cifre”. In Puglia “Rocco chi?” non è mai entrato in partita, Nichi Vendola continua la sua corsa verso la riconferma, anche se il tracollo del PD potrebbe creargli qualche problema. L’arresto di Sandro Frisullo e il coinvolgimento di Michele Mazzarano nell’inchiesta sulla sanità hanno azzoppato la sinistra pugliese, privata dei suoi Giovani Leoni. La gente voterà Vendola, ma eviterà accuratamente il simbolo del PD. Altrove il risultato è scontato.

Buon Voto!

by COLAS