Un uomo di quell’età, già nonno, dovrebbe pure rendersi conto che non è su “Scherzi a parte”

Piero Colaprico e Giuseppe D’Avanzo su “Repubblica”:

Primo maggio 2010. Teatro un luogo che in questa pasticciata storia è essenziale: corso Buenos Aires. Qui Ruby viene fermata dalla polizia per furto e finirà in questura, dove diventerà la nipote di Mubarak grazie alla telefonata del premier. Nello stesso luogo viene rapinata da un romeno. Le porta via settemila euro. Intervengono i carabinieri, arrestano il bandito e restituiscono a Ruby la gran parte del bottino, oltre 5mila euro. Il romeno è riuscito, nel frattempo, a farne sparire una parte.

Domanda: quella sera in cui girava con i settemila euro addosso, dove ha dormito la minorenne? Berlusconi ricorda che s’è fermata ad Arcore per una serata rilassante o l’ha dimenticato, distratto dalla nuova compagna?

Comunque la si pensi, per Berlusconi dev’essere stato uno shock leggere quello che le ragazze dicono di lui. Chissà che cosa credeva di rappresentare. E chissà come teme il giudizio delle persone care, e degli elettori. Ma più di tanto non può correre ai ripari: “Com’è noto a tutti, accade spesso che quando si parla al telefono”, di esagerare, dice. E allora “certe frasi, pronunciate in tono magari scherzoso, sono completamente diverse quando vengono lette sulla stampa nelle trascrizioni. E poi molto spesso nelle conversazioni private, tra amici, ci si vanta magari per gioco di cose mai accadute o si danno giudizi superficiali per amore della battuta”. Sì, meglio per lui pensare che siano solo battute. Meglio per un premier. E anche per un uomo di quell’età, già nonno. Ma Berlusconi dovrebbe pure rendersi conto che non è su “Scherzi a parte”.

LA PAROLA “DIMISSIONI” ALEGGIA COME UNO SPETTRO NELLA VILLA DI ARCORE. B. POTREBBE FARE UN PASSO INDIETRO PRIMA CHE TUTTO PRECIPITI. TRA I BERLUSCONES VAGA LA PAURA DELL’ESILIO, DELLA FUGA ALL’ESTERO

Il mondo berlusconiano è in preda al panico. Pochi sanno che cosa c’è davvero nelle 400 pagine inviate dai magistrati alla Camera, ma chi vi ha dato uno sguardo non trova parole per raccontare. Lo stesso premier ha trascorso l’altra notte sfogliando le carte e ne è rimasto «profondamente sconvolto». Per il linguaggio crudo, da fare arrossire qualche scaricatore di porto, con cui le ragazze intercettate descrivono i festini di Arcore. E per i giudizi spietati, gonfi di sprezzo, che mandano in briciole il suo ego, che trasformano il Cavaliere umanamente in un mostro.

A questo punto l’aspetto penale verrà dopo. Non per nulla gli avvocati Longo e Ghedini nemmeno sanno dire così, su due piedi, se il loro cliente dovrà appellarsi a qualche cavillo legale per schivare le domande della più terribile tra le inquisitrici, Ilda Boccassini. Prima della difesa legale, per Berlusconi viene quella urgente, urlata, disperata, della propria dignità di politico, di imprenditore, di padre e di nonno.

Da domani sapremo quali orrendi segreti stanno nel plico su cui, ironia del destino, metterà la sua firma Fini da presidente della Camera. Ma soprattutto misureremo le reazioni collettive di indifferenza o di sdegno, e dunque le chances del Cavaliere di sopravvivere come in altri frangenti gli era miracolosamente riuscito. Una parte dei suoi ci crede ancora. Da Micciché alla Gelmini, da Bondi a Sacconi, da Cicchitto a Frattini, tutti si dichiarano pronti a immolarsi nell’ultima resistenza. Lo seguirebbero perfino all’inferno. Eppure, proprio nella guardia scelta berlusconiana si diffonde la sensazione di una battaglia inutile, senza speranza, senza la minima prospettiva strategica.

Perché nessuno crede seriamente che basteranno trovate mediatiche come quella di ieri, l’annuncio nel videomessaggio dell’anima gemella, per arginare una marea di fango. In altri momento sarebbe stato tutto un darsi di gomito, «hai visto Silvio che grande genio della comunicazione? Ha già fatto passare in secondo piano l’inchiesta»; ora invece solo sorrisi a denti stretti, e dubbi («cosa dici, funzionerà?») oppure sarcasmi velati («ma questa donna esiste davvero?»). Tra i collaboratori più intimi del premier non ce n’è uno, uno soltanto, che possa dire: io la conosco, ne ero al corrente. Se Berlusconi voleva tenere il nome della fortunata al riparo della curiosità (e dei pm), c’è riuscito fin troppobene. Ma forse l’annuncio è solo un modo per far sapere al mondo: «Ho messo la testa a posto. Tutto quello che leggerete nei prossimi giorni è acqua passata, appartiene al vecchio Silvio che non c’è più, morto e sepolto».

E’ la prima linea difensiva. La seconda barricata del premier consiste nel negare in via preventiva, nel contestare ancora prima che diventino pubblici i racconti boccacceschi delle ragazze, nel presentarli come vanterie, fanfaluche, bugie da comari, del resto tante se ne dicono al telefono quando mai si penserebbe di venire ascoltati. La terza trincea del premier sta nell’orgogliosa rivendicazione della sua privacy. A chiunque lo chiami, ripete come un vecchio 33 giri in vinile: «In casa mia io ho il sacrosanto diritto di fare quello che credo, guai se si entra nelle camere da letto, se mi va di fare regali li faccio, nessuno può obbligarmi a perquisire le mie ospiti perché non scattino foto».

Nel passaggio più scabroso della sua quasi ventennale carriera, Berlusconi sfodera perfino con gli amici la solita sfrontata sicurezza. Sostiene che l’indagine su Ruby «fa acqua da tutte le parti, manca la prova per incastrarmi». Salvo precipitare poi nel patetico quando sempre in privato confida: «Solo un uomo terribilmente solo, tutto questo succede perché vivo in questa condizione da cinque anni, ogni tanto anch’io sento il bisogno di una festa, desidero vedere gente… Invitavo quelle ragazze per scambiare un rapporto di affetto, con loro sono stato sempre paterno, a una ho fatto imparare l’inglese, un’altra l’ho fatta assumere a Mediaset…».

Mai che abbia pronunciato, finora, la parola fatale: dimissioni. Eppure chi gli circola intorno giura che sta bene al centro dei suoi pensieri. Aleggia come uno spettro nella villa di Arcore. Qualcuno comincia a parlarne, sottovoce si capisce. Fa testo il giudizio di un ministro tra i massimi, che naturalmente non vuole essere nominato: «Il danno internazionale è insopportabile. Fosse Berlusconi accusato di violazione dell’articolo 2550 del codice civile, all’estero direbbero che è una storia italiana. Ma in questo caso si parla un linguaggio universale, sesso con una prostituta minorenne, lo capiscono anche in Cina. Tentare difese tecniche o andare in tivù è semplicemente ridicolo».

Perfino tra i colonnelli più fedeli si va spargendo il dubbio: non sarebbe preferibile un passo indietro ora, subito, prima che tutto precipiti? L’argomento ha una sua forza seduttiva. Rinunciando a Palazzo Chigi, Berlusconi potrebbe contestualmente indicare un successore, quantomeno condizionare pesantemente la scelta di Napolitano. E poi restare dietro le quinte a difendersi dai processi, a tirare i fili della politica con un potere pur sempre smisurato. I vecchi leader democristiani, quelli immarcescibili, loro sì sapevano quando uscire di scena per ritornare al momento giusto.

Tremonti, Alfano, Letta… Nessuno dei tre faticherebbe a trovare appoggi nell’Udc. Specie il primo, sarebbe la migliore garanzia per la Lega. Resistere a oltranza, invece, a che pro? Tra gli strateghi Pdl si fatica a trovare una risposta convinta. Qualcuno (Osvaldo Napoli) scuote la testa: «Qui non si fanno prigionieri, possiamo solo combattere, andrà come dio vuole». I più tacciono, sospirano, fremono e se la cavano con un «aspettiamo di leggere le carte, vediamo che cosa succede». Con un leader «sputtanato» non si può certo correre alle urne, questo risulta chiaro ai gerarchi del Cavaliere. Allora sì che Bossi diventerebbe padrone del Nord… Qualcuno più pessimista si spinge a paventare l’esilio di Bettino nella Tunisia. Anzi, «di questo passo Silvio farà la fine di Ben Ali». La sensazione è che in pochi giorni si consumerà tutto.

Ugo Magri per “La Stampa

SABRINA MINARDI, LA BAMBOLINA DI ENRICO DE PEDIS, CONFESSA: “IL SESSO L’HO FATTO PER MANTENERMI, NON MI È MAI PIACIUTO E MO’ TE LA DICO TUTTA: NON SO CHE COSA VOGLIA DIRE AVERE UN ORGASMO”

Sabrina Minardi

«Con Renato in galera, io avevo i miei giri, i miei uomini, non ho mai sfruttato nessuno se non me stessa».

Gli uomini Sabrina ne frequenta molti intimamente. Al soldo facile la inizia la sua amica Lolly, poi la novizia si fa spazio tra le escort. Ma non chiamatela prostituta. Si irrita moltissimo.

«Una prostituta sta sul marciapiede o in una casa e ti fa il lavoro per pochi spiccioli. Io mi divertivo, facevo la bella vita, vestivo Coco Chanel, Armani, mica ero l’ultima delle femmi-ne. Non avevo un protettore e non dovevo dividere i soldi che mi procuravo. Uscivo tutte le sere o giù di lì. Uscivo tutte le volte che mi andava, frequentavo i migliori ristoranti e i più esclusivi night di Roma, in cambio del mio corpo ricevevo soldi a palate, vacanze, automobili, gioielli, addirittura case. Roberto Calvi mi regalò una villa a Montecarlo. Quale prosti-tuta può vantare le stesse cose? Loro sì che fanno una brutta vita, poverette. La mia era meno brutta, tutto sommato».

«La prostituta è una persona che offre il proprio corpo in cambio di soldi».

«Senti, se ho fatto la prostituta lo posso dire soltanto io. Non lo permetto a nessun altro».

Da giovane, Sabrina è bella. Di una bellezza semplice e chic, mai volgare. Minuta, capelli castani, occhi verdi, il naso piccolo, la pelle delicata, il corpo leggero, ma sensuale, la voce squillante, il carattere allegro. Vestita sempre in modo perfetto, con cashmere e seta, bene educata, simpatica, brillante nella conversazione. E poi è elegante. Sempre. Sembra una ragazza della Roma bene, ma senza la puzza sotto il naso. Le piace giocare. Le piace giocare a fare la bambina. Canta spesso tu-mi-fai-girar-tu-mi-fai-girar-come-fossi-una-bambola… e lo fa con malizia, per giocare, appunto, non per un moto di orgoglio, non certo per reclamare una rivolta, anzi, ma per sottolineare la brama di sottomissione. A Sabrina piace fare la bambola. Spalanca gli occhioni, reclina la testa su un lato, sussurra, fa la vocina e scatena un senso di protezione. Ed è proprio questo che cerca: farsi proteggere, farsi guidare. E questo ottiene: farsi usare, ma non per ingenuità. Non solo, almeno. Non sempre.

«Ero… ero un po’ bambina e un po’ puttana», spiega oggi, senza tergiversare. E questo atteggiamento ne decreta il suo successo tra gli uomini d’affari che impazziscono per il suo lato trasgressivo e disinibito che si manifesta all’improvviso, nel gioco dei ruoli.

Un po’ bambina e un po’ puttana e irretisce Enrico De Pedis. Ne diventa la “pupa”. Resta il punto fermo del “presidente” per dieci lunghi anni. A tutti gli effetti, salvo quelli legali: non si sono mai sposati. Ma che c’entra la legalità con i Testaccini? Che cosa c’entra la legalità con quello che è stata questa donna? A conti fatti, Sabrina Minardi è la donna del boss. Punto.

«Mi piacevano i preamboli, mi piaceva sedurre, irretire. Tutto il “prima”, insomma», mi dirà poi Sabrina il 22 dicembre del 2009. Ci eravamo rincontrate da poco tempo poiché dopo la prima intervista ci eravamo perse di vista. Sono andata a trovarla per farle gli auguri di Natale. Le ho portato un panettone, dei datteri essiccati e dei tarallini al finocchietto. Lo scrivo per rispondere a quanti mi hanno maliziosamente chiesto se avessi dato dei soldi a questa donna in cambio di un’intervista. Mai (…).

«Sabrina, torniamo al punto di prima, il fatto è che nella tua vita hai fatto proprio la prostituta…».

Sabrina Minardi oggi…

«Sì, ma lasciami tornare al punto di prima: io non mi sono mai messa in mezzo a una strada con la minigonna. Ero una bella ragazza, come tante, ero introdotta in un giro, diciamo, fatto di paperoni, per cui è normale… Se conoscevo una per­sona non era un morto di fame e neppure, con tutto il rispetto, uno scopino o un portantino. Massimo rispetto per chi lavora, ci mancherebbe, ma a me non capitava mai di incontrare una persona che facesse un lavoro retribuito così, da dipenden­te statale, per capirci. E tra quelli che conoscevo, c’era pure qualcuno che mi piaceva davvero. E poi c’era la maledetta cocaina che non mi faceva ragionare. Ma allora, non adesso, come scrive la signora del libro. Ero una donna libera, a chi mi andava mi davo. Non ho mai avuto il problema di dover decidere per forza. Non avevo il problema di dover dire: ora vado con questo così poi mi posso comprare la cocaina. Non era questo il punto. Il mio era uno stile di vita che si poteva fare solo stando con persone di un certo tipo, a livello econo­mico. Per cui questo è stato, ma non è che stavo in mezzo a ‘na strada e dovevo smezzare ventimila lire con un pappone».

«E c’è una differenza, secondo te?»

Pausa, tono piccato, scandisce bene le parole.

«Non c’è una differenza. Però è giusto chiarire come ho fatto io la prostituta, se proprio ci tenete tanto a definirmi così, voi giornalisti, e come si fa la prostituta in genere. Secondo me, visto che qua si stanno mettendo i puntini sulle “i”, mettiamoli anche su questo, no? Spieghiamo bene. (…) La cocaina mi avrà pure mangiato il cervello, ma continuo a saper leggere. Vorrei vedere lei se ci riusciva. Se avesse preso tutta la cocaina che ho preso io, se avesse vissuto quello che ho vissuto io, vorrei vedere come sarebbe oggi il suo cervello. Sono pronta a scommetterci, veramente, che non sarebbe stato altrettanto funzionante quanto il mio. M’incazzo veramente per queste cose. Tutti pronti a dire che non sono at­tendibile, anche lei che su quel cavolo di libro lì non è che mi desse poi tanta fiducia, ma sulla base di che? Era meglio se sta­vo zitta? Era meglio se continuavo a dire di non saper nulla su Emanuela Orlandi? Perché la gente deve pensare che non sono attendibile a prescindere? Quelli dell’ambiente malavitoso mi reputano un’infame e quelli fuori dell’ambiente una sciroccata. Andate tutti a quel paese!».

«Sabrina, io sto registrando…».

«Lo so e fai bene. (…) È di cattivo gusto scre­ditare una donna malata come me, una che, nonostante tutto quello che ha vissuto, ci sta provando a mettere le autorità sul­la pista giusta, con le poche cose che so, ma ci sto provando».

Il libro intervista di Raffaella Notariale

Quella della Minardi è un’esistenza estrema, complicata da decifrare, incosciente, attaccabile senza appello. Certe scelte si condannano e basta perché non appartengono ai più e non si capiscono. Per comprendere c’è bisogno di una chiave rara, una chiave con la quale si comincia a giocare da bambini, con l’innocenza e l’incanto propria dei bimbi. Una chiave che usi per gioco e ti fa sbandare.

«E ciò che scoprivo mi lasciava incerta, a tratti perplessa. Ma ho scoperto presto che sbandare mi piaceva troppo», spie­ga lei. «È un’inclinazione naturale. Irresistibile».

Impaziente, Sabrina apre quante più porte può. «Rincorrevo la felicità. No, la felicità non è la vera meta. La vera meta è il brivido». Sabrina lo rincorre mentre s’invischia in esperienze sempre più tragiche, è un sortilegio, non riesce a smettere. È come la malattia del gioco: «Ti esponi perché sei certo che ti andrà bene. E ogni minima vincita ti istiga a spingerti ancora oltre».

Tragiche, sì, perché mano a mano usi quella chiave miste­riosa condendo le tue giornate con altro. Non è più solo il gio­co a spingerti oltre. Subentrano la malizia dell’adolescenza, la violenza della strada, la sopraffazione degli adulti, la violenza dei branchi, il disincanto del sesso.

«E ti senti euforica perché è tutto in discesa, comodo, per certi versi». Comodo solo in apparenza, certo. Ma perché sforzarsi? Meglio sbandare. È più divertente sporgersi, sca­valcare, cadere, rotolarsi.

E se ti schianti? «Poco male. Spaventarsi fa parte del gioco. E, del resto, l’impatto potrebbe piacerti».

Certe volte ha sempre la risposta pronta, Sabrina Minardi. Questo è uno di quei casi perché, evidentemente: «L’attra­zione morbosa non conosce limiti». È come se quella chiave misteriosa predestinasse all’incapacità di scegliere, o anche solo di accettare, un destino misurato.

«Misura vuol dire censura», ribatte lei.

La vocazione mira al baratro. Ed è forse così che i giorni si colorano di lampi e si disperdono o, forse, si ammucchiano, indistintamente. Giorni, mesi, anni amorali, imprudenti, disi­nibiti, sfacciati, ladri, dissoluti, impuniti. «Non mi sento così diversa, così impunita. La vita che ho vissuto era popolata più da insospettabili che da prostitute e criminali, credimi. Anche quando ero oramai abituata a vendere il mio corpo, certe ri­chieste mi facevano schifo. Mi ricordo che un prete una volta è riuscito a scandalizzarmi. Io non mi scandalizzo facilmente, si è capito?»

«Si è capito».

«Eppure quella volta è successo. Allora ho finto un terribile mal di pancia e sono andata via. Ho sempre esagerato, ma quel­la volta non me la sono proprio sentita. Comunque, in generale, si va oltre, si esagera finché dura, fino a quando si può».

Ma poi il tempo passa per tutti, la malattia arriva per tutti. E allora si cerca la complicità e il sostegno di chi non ha mai… «Lo sai come mi hanno trovato i poliziotti? Ero in una co­munità di Salerno e vennero a trovarmi tre agenti: Pasquale, Elvio e Giovanna. Lei, Giovanna, è veramente in gamba, ma io conoscevo solo Elvio, l’avevo conosciuto perché da ragaz­zo viveva a Trastevere. Lui sapeva cosa facevo io e io cosa fa­ceva lui. Ci conoscevamo così, insomma, non è che eravamo proprio amici. Poi quei poliziotti sono tornati, ma la seconda volta al posto di Pasquale c’era il suo capo, Vittorio. Mi hanno chiesto di Emanuela Orlandi, mi sono sentita stanata… Dovevo parlare per forza, altrimenti mi arrestavano senza replica. Ma ti stavo raccontando del sesso. Non è facile farlo sempre. Per tenere alla larga Renato, che ci metteva ore a finire, a volte nel cibo gli mettevo una medicina, mi pare si chiamasse Roip o qualcosa del genere. Così gli veniva sonno, si addormentava e mi lasciava in pace. Il sesso l’ho fatto per mantenermi, non mi è mai piaciuto e mo’ te la dico tutta: non so che cosa voglia dire avere un orgasmo. Che è quella faccia? Non sto scherzando. L’atto vero e pro­prio mi dava soddisfazione solo perché vedevo soddisfatto e fuori di testa il tizio che mi ero scelta o che mi aveva scelto. Lui, il lui di turno, voleva fottere me, in senso sessuale. Io volevo fottere lui, ma il sesso era solo un mezzo. Fisicamente non sentivo nulla e non vedevo l’ora che finisse. È sempre stato così. Pensa che il primo libro che mi ha regalato mio ma­rito Bruno è stato un volume sulla sessualità. Anzi, diciamola tutta, sulla frigidità».

Pausa. Sorride: «Ma voglio parlarti ancora di Roberto Cal­vi».

Stralci dal libro Segreto Criminale di Raffaella Notariale con Sabrina Minardi

Carfagna versus Mussolini, botta (con insulto) e risposta (con minaccia di insulti)

CARFAGNA: “Quello è stato un atto (la foto scattata dalla Mussolini con il telefonino a lei insieme a Italo Bocchino, nda) di cattivissimo gusto che non merita commenti ma che si addice alla persona che l’ha commesso, a Napoli le chiamano vajasse…” (vajassa, serva o domestica nel significato dialettale, prostituta, donna che vive nei bassi  per i napoletani di fine ’800, nda).

MUSSOLINI: “La Carfagna sappia che alla prima occasione di incontro sarà mia cura replicare ai suoi insulti, guardandola dritta in quei suoi occhioni, che dopo le mie parole, ne sono certa, risulteranno ancora più sbarrati“.