WIKILEAKS. CHE COSA C’È NEI DOCUMENTI SU GUANTANAMO

The Guantanamo Face

The Guardian, in contemporanea con il New York Times, Le Monde e il Washington Post, ha pubblicato circa 700 file “classificati” relativi ai detenuti di Guantanamo. I documenti contengono sia le informazioni già trapelate, che quelle mantenute – almeno fino a ieri sera – riservate. Particolarmente interessanti i file relativi alle informazioni raccolte dall’intelligence americana sui rifugi dei leader di al Qaeda, Osama Bin Laden e il suo vice egiziano Ayman al Zawahiri, subito dopo gli attentati dell’11 settembre. Secondo questi documenti, già quattro giorni dopo gli attentati a New York e Washington, Bin Laden si recò in una guesthouse nella provincia di Kandahar, dove incitò i combattenti arabi riuniti a “difendere l’Afghanistan dagli invasori stranieri” ed a  ”combattere in nome di Allah”.

Tra i detenuti di Guantanamo un vecchio di 89 anni, malato di cancro alla prostata e affetto da demenza senile

I documenti di Wikileaks su Guantanamo confermano –  secondo il Guardian che ha scandagliato i documenti dopo averli ricevuti dal New York Times - come tra i prigionieri finiti nella base-prigione per sospetti terroristi a Cuba ci fossero individui privi di alcun valore nella ‘scala del rischio terroristico’. Tra questi Mohammed Sadiq, un contadino afghano all’epoca di 89 anni malato di demenza senile, e un ragazzino di 14 imprigionato dopo esser stato rapito e costretto ad arruolarsi in una banda talebana.

GIORGIO. L’AMICO ITALIANO

Obama e Napolitano

“L’amico Giorgio”. E’ cosi’ che la diplomazia Usa vede e considera il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. E cosi’ la pensano anche a Washington. Una stima che si e consolidata nel tempo, gradualmente, gia’ all’indomani del primo viaggio in Usa di un giovane Napolitano dirigente del Pci, il primo ad ottenere il visto di ingresso, invitato da alcune tra le più prestigiose Università americane per un ciclo di incontri e conferenze.
Una stima ed un rispetto che sono emersi in tutta la loro evidenza nei ‘cable‘ diffusi da Wikileaks e inviati nell’agosto de 2008 dall’allora ambasciatore Usa in Italia Ronald Spogli al vice presidente degli Stati Uniti Dick Cheney in occasione di una sua visita a Roma. Napolitano, scrive il diplomatico americano, “continua ad esercitare la sua autorita’ con coscienza e ad essere una forza stabilizzatrice per il governo e il sistema, anche quando ciò lo rende ‘impopolare’ nel centrosinistra”.
Nel 2009 Spogli cede il suo posto nella Città eterna a David Thorne. Barack Obama è alla Casa Bianca da appena nove mesi, ma i giudizio sul presidente della Repubblica italiano non cambia: “si capisce chiaramente perché il presidente Napolitano è così tanto considerato nella politica italiana. E’ serio, un intellettuale, un’eminenza grigia. Un punto di riferimento morale nell’arena politica spesso frastagliata“. Insomma, “l’amico Giorgio” è un importante punto di riferimento per la diplomazia americana e per i vertice dell’Amministrazione Usa.
Ancora conferme di giudizi positivi sull’inquilino del Colle in altri dispacci delle feluche da Roma a Washington. Questa volta, siamo nel giugno 2009, proprio alla vigilia del summit tra Grandi della terra, è la numero due dell’ambasciata Usa a Roma Elizabeth Dibble, che scrive direttamente a Obama, in vista di un ncontro con il capo dello Stato italiano: “Napolitano – scrive la diplomatica americana – è sostanzialmente rispettato dai partiti d tutto lo spettro politico e la sua reputazione si è rafforzata per come ha gestito la crisi dell’ultimo governo Prodi“. Anche il passato sotto il simbolo di falce e martello non è più (da tempo) un problema.
Anche perché, dopo la caduta de fascismo, “ha lavorato per le Forze Alleate”, imparando, tra l’altro,”un eccellente inglese”. Dibble definisce Napolitano “un moderato”,”europeista” e con “un forte legame Transatlantico” Napolitano, ricorda Dibble a Washington, “è stato il primo parlamentare del Pci ad essere ricevuto dall’Ambasciata degli Stat Uniti’. Inoltre, “vive il suo ruolo al di sopra delle parti ed è un garante della Costituzione”. Solo “occasionalmente” entra nella “mischia politica” e solo per ‘elevare il livello della discussione’.
Dai ‘cables’ diffusi da Wikileaks sull’asse Roma-Washington, emergono altri giudizi lusinghieri per il capo dello Stato. Come quelli sulla sua politica economica ed estera: ‘si è rifiutato di incontrare il primo ministro bielorusso Lukaschenko e i presidente iraniano Ahmadinejad‘ e, al tempo stesso, ha collocato l’Italia nel ruolo di ‘miglior amico di Israele in Europa’. I diplomatici Usa non mancano nemmeno di sottolineare la grande considerazione del presidente della Repubblica per Barack Obama che “ha ricostruito l’immagine americana danneggiata in seguito alle scelte prese dopo l’11 settembre” (Adnkronos)

MAZZETTE SULL’ATOMO. IN UN CABLO SEGRETO SPEDITO A WASHINGTON, L’AMBASCIATORE AMERICANO RIVELA CHE ‘ALTI UFFICIALI’ DELL’ESECUTIVO DI BERLUSCONI AVREBBERO PRESO TANGENTI PER COMPRARE TECNOLOGIE E CENTRALI FRANCESI

La mappa del nucleare in Italia (da Il Fatto Quotidiano)

All’inizio è solo un timore, poi si trasforma in più di un sospetto: la rinascita del nucleare in Italia è condizionata dalle tangenti. Un’ipotesi circostanziata, messa nero su bianco in un rapporto del 2009 per il ministro dell’Energia di Obama, Steven Chu. Negli oltre quattro mila cablo dell’ambasciata americana di Roma la parola corruzione compare pochissime volte e in termini generici. Quando invece si parla delle nuove centrali da costruire, allora i documenti trasmessi a Washington diventano espliciti, tratteggiando uno scenario in cui sono le mazzette a decidere il destino energetico del Paese.
Nel momento in cui il devastante terremoto giapponese obbliga il mondo a fare i conti con i rischi degli impianti e lo spettro di una colossale contaminazione, i documenti ottenuti da WikiLeaks che “l’Espressopubblica in esclusiva permettono di ricostruire la guerra nucleare segreta che da sei anni viene combattuta in Italia.
Uno scontro di Stati prima ancora che di aziende, per mettere le mani su opere che valgono almeno 24 miliardi di euro e segneranno il futuro di generazioni. Francesi, russi e americani si danno battaglia su una scacchiera dove si confondono interessi industriali, politici e diplomatici: cercano contatti nel governo, nei ministeri, nei partiti e nelle aziende. Per riuscire a conquistare quello che appare il mercato più ricco d’Europa. E lo fanno – secondo i dossier statunitensi – senza esclusione di colpi.
Gli americani cominciano a muoversi nel 2005, quando con una certa sorpresa scoprono che l’energia nucleare sta risorgendo dalle ceneri del referendum del 1987. Per gli Usa si tratta di un’occasione unica: lo strumento per allontanare l’Italia dalla dipendenza nei confronti del gas russo, l’arma più potente nelle mani di Vladimir Putin. La questione diventa quindi “prioritaria” per l’ambasciata di Roma, che si muove verso due obiettivi: convincere i politici a concretizzare il programma atomico e far entrare nella partita i colossi americani del settore. Complici il prezzo sempre più alto degli idrocarburi, i rincari delle bollette e le promesse di sicurezza dei reattori più avanzati, gli italiani sembrano sempre meno ostili al nucleare. E il governo di Silvio Berlusconi non mostra dubbi su questa scelta. Più difficile – scrivono nel 2005 – convincere il centrosinistra che “si oppone largamente all’idea. Comunque, i nostri contatti sostengono che, anche se dovesse tornare al governo, il rinnovato impegno dell’Italia nei programmi nucleari non si fermerà” (continua a leggere).

di Stefania Maurizi per L’Espresso

“SEDOTTO DAI TIRANNI”. NEI FILE SEGRETI DEL DIPARTIMENTO DI STATO, I GIUDIZI AMERICANI SUI RAPPORTI TRA IL PREMIER E I LEADER PIÙ CONTROVERSI, DA GHEDDAFI A PUTIN

Scherzi, barzellette e affari privati. Ministri e diritti umani lasciati fuori dalla porta. Compagni di business accettati allegramente. Silvio Berlusconi è sempre più affascinato “dai leader assertivi”, è sedotto dai tiranni, da quei dittatori che irrimediabilmente condizionano la politica estera italiana. Come avvenuto in queste settimane, con Roma schierata fuori dall’asse euroatlantico su Libia, Egitto e Tunisia. Gheddafi, Mubarak o Ben Ali. Lukashenko o Putin. Gente determinata con la quale discutere di tutto scordandosi per qualche ora un Paese alla deriva, segnato da un governo litigioso nel quale i ministri usano la sponda di Washington per farsi la guerra. Arrivando a suscitare sospetti di doppio gioco nella lunga maratona già partita “in attesa di capire chi prenderà il potere dopo Berlusconi”. Gli Stati Uniti dedicano molta attenzione agli incroci pericolosi del Cavaliere, un uomo che con i despoti trova grandi affinità. Così una lunga serie di cablogrammi da anni viaggiano tra l’ambasciata Usa a Roma e il Dipartimento di Stato di Washington.  ne è entrata in possesso concedendo a L’Espresso l’esclusiva italiana. Repubblicane anticipa alcuni passaggi che rendono il tono di quei rapporti imbarazzanti che gli americani riassumono così: “Vecchi amici, nuovi affari”.

MUBARAK E BEN ALI
Mubarak e Berlusconi dopo cena “si raccontano i loro incontri con quel pazzerello di Gheddafi e ridono“. All’insegna dell’allegria anche l’ultimo pranzo tra il Cavaliere e il tunisino Ben Ali. Il premier gestisce il “sexier portfolio”, ossia delle relazioni più “interessanti”, lasciando a Frattini la parte noiosa. Così il premier sembra scordarsi dell’interesse nazionale. Lo sintetizzano gli americani nel rapporto sul summit con Ben Ali, il primo tiranno del Maghreb caduto sull’onda delle proteste popolari. Il 18 agosto 2009 si vedono a Cartagine. Il premier italiano dispensa “barzellette su Obama e sul Papa” in quella che viene definita “una visita così privata che nessuno dei due ministri degli Esteri è stato coinvolto“. Ma il Cavaliere non si presenta da solo: con lui c’è il tunisino Tarak Ben Ammar, la cui presenza viene spiegata così all’amministrazione Usa: “È socio d’affari e consigliere di lunga data” di Berlusconi. Del quale vengono sottolineati gli “interessi” privati in Tunisia, che “comprendono studi cinematografici, società di distribuzione e il 50% di Nessma tv” che possiede proprio con Ben Ammar. Gli americani stigmatizzano la surreale motivazione di quell’incontro: “Per la stampa locale hanno firmato un accordo per produrre energia in Tunisia che in realtà è stato firmato nel 2003“.

GHEDDAFI ADDOMESTICATO
Mubarak e Berlusconi, invece, si scambiano pacche sulle spalle attribuendosi il merito di avere addomesticato il Colonnello. “Italia ed Egitto condividono lo stesso pensiero – scrive la diplomazia Usa – ritengono di meritare il più grande credito per avere ammorbidito Gheddafi“. Gli incontri con il dittatore libico sono sempre seguiti con ansia. “Discutono solo in termini generici” di immigrati, ma in compenso “si sono scambiati doni carini”: Silvio “ha promesso di restituire la statua della Venere di Cirene”, Gheddafi “gli ha regalato un moschetto dell’occupazione italiana”. Provocazione che il Cavaliere non sembra cogliere quando loda “l’esperienza” del Colonnello e “le opportunità di business” per l’Italia a Tripoli. E gli americani si fanno l’idea che Berlusconi abbia offerto al dittatore “i suoi buoni uffici con gli Usa”. Di certo, aggiungono, accetta di aprire “fondi sovrani senza trasparenza”, come l’investimento libico in Unicredit.

INCOGNITA PUTIN
Un’altra amicizia vista come fumo negli occhi è quella con Putin. Dopo un vertice del 2002 due file segreti ne descrivono l’origine. Quando lasciano il Cremlino e volano nella dacia di Soci scocca la scintilla: “Putin ha telefonato a Bush alla presenza di Silvio per chiedergli di accelerare le trattative in modo da firmare il trattato Nato-Russia durante il summit di Pratica di Mare“. Gli americani sono stupiti e imbarazzati per questa infatuazione. Poche ore dopo il rientro a Roma Berlusconi incontra l’ambasciatore Usa Mel Sembler e gli chiede di inoltrare “una richiesta personale” a Bush: “Vladimir deve essere visto come parte della famiglia della Nato“. Annotano gli americani: “Non capiamo se la cosa interessa più a Putin o più a Berlusconi”. Chi cerca di essere sdoganato da chi?

ACCONDISCENTE SUI DIRITTI
Washington è infastidita dall’accondiscendenza con cui il Cavaliere tratta i dittatori, evitando di citare i diritti umani. Scrive l’ambasciata di Via Veneto: “Berlusconi preferisce evitare frizioni, anche se così trascura verità scomode“. L’ingrato compito di salvare le apparenze spetta alla Farnesina. Ci prova goffamente dopo l’incontro con il dittatore bielorusso Lukashenko, invitato a cena da Berlusconi nell’aprile 2009 provocando una bufera diplomatica. Frattini cerca di rassicurare gli americani: hanno parlato anche di diritti. Ma lo stesso Lukashenko smentirà. E un funzionario della Farnesina spiega: “Lo ha fatto per ragioni umanitarie: ci sono in ballo 30 adozioni di bambini bielorussi da parte di famiglie italiane”. Increduli di fronte alla politica estera del Cavaliere, gli Usa annotano: “Berlusconi ha deciso da solo di rompere l’isolamento di Lukashenko, non si è consultato con l’Europa”. Idem con Mubarak, che nel 2004 è a Roma. Tra uno scherzo e una battuta, il premier cita solo indirettamente il tema delle libere elezioni, mentre il presidente Ciampi chiaramente gli dice: “Ho sempre sottolineato la necessità di riforme democratiche ed economiche”.

TREMONTI E IL DOPO-CAVALIERE
Molti ministri di Berlusconi giocano di sponda con Washington per vincere partite interne. Nel 2009 Spogli scrive: “Abbiamo dei potenti alleati in Frattini e La Russa, ma si sono ripetutamente scontrati con il muro del budget eretto da Tremonti“. Su Afghanistan e Libano i due ministri chiedono a Washington per fare pressioni su Berlusconi contro il ministro dell’Economia. E così faranno altre volte. Gli americani non sempre sanno come districarsi. Su una commessa di aerei militari l’ambasciatore Usa scrive: “È possibile che lo staff di La Russa stia usando la questione come un’arma nella partita per la Finanziaria. Sperano di sollecitare un intervento di alto livello in loro favore. Ma in Italia nulla è mai certo“. Tremonti viene visto dagli americani come un uomo della Lega e pretendente dell’eredità politica di Berlusconi. Anche se piace perché blocca le “misure populiste” del Cavaliere, non convince per come affronta crisi. Il “contrappeso” ideale è Mario Draghi, come goffamente suggerisce all’ambasciatore Usa Francesco Galietti, “un leale collaboratore del ministro dell’Economia”. Ma, in un colloquio riservato, il governatore respinge le lusinghe statunitensi e rifiuta qualunque commento su Tremonti.

di ALBERTO D’ARGENIO per La Repubblica

LIBIA. SECONDO I CABLO DI WIKILEAKS IL GOVERNO ITALIANO ERA A CONOSCENZA DEL RUOLO DI GHEDDAFI NEL TRAFFICO DI ESSERI UMANI, ARMI E TERRORISTI


MUAMMAR EL GHEDDAFI E SILVIO BERLUSCONI

È Silvio Berlusconi a volere l´accordo di amicizia italo-libico. È lui a spazzare dal tavolo tutti i dubbi che avevano bloccato la diplomazia italiana e il governo Prodi dallo scendere a patti con Muhammar Gheddafi. Costi quel che costi, la normalizzazione dei rapporti con Tripoli e l´amicizia con il dittatore libico deve diventare uno dei vanti della politica internazionale del Cavaliere.

Il quadro emerge dai cablo classificati ottenuti da WikiLeaks e in possesso de L´espresso che Repubblica anticipa. Leggendoli si colgono le perplessità degli Usa sull´operato del governo Berlusconi. Che dal suo ritorno a Palazzo Chigi nel 2008 incontra il dittatore libico otto volte. Gheddafi – è il convincimento della diplomazia a stelle e strisce – è ben contento di essere “sdoganato” dal premier italiano nel vano tentativo di entrare nel salotto buono della politica europea.

Che il Colonnello sia un leader con il quale fare i conti in Europa lo sanno tutti. Da presidente della Commissione Ue Prodi lo riceve a Bruxelles. Da premier negozia l´accordo di partnership tra Italia e Libia, ma ne blocca la firma. Troppo esose le richieste di Gheddafi, sproporzionate da un punto di vista economico e politico. Troppo scarse le garanzie sul rispetto dei diritti umani per gli immigrati. Poi, nella primavera del 2008, al governo torna Berlusconi che dopo pochissimi mesi vola a Bengasi per firmare lo storico “Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione” che mette fine ai dissidi sui danni coloniali italiani.

Eppure solo pochi mesi prima il nostro ambasciatore a Tripoli, Francesco Trupiano, spiegava agli americani gli ostacoli e i dubbi sulla trattativa. Il cablo “confidenziale” diretto al Dipartimento di Stato di Washington è del 7 novembre 2007. L´ambasciatore Usa a Tripoli fa un resoconto dell´incontro con il collega italiano. Che senza mezzi termini definisce il Colonnello e la leadersphip di Tripoli interlocutori «dalla mentalità corsara». Con loro, aggiunge, non sarà facile chiudere in tempi brevi alcun accordo.

«Non hanno una reale visione strategica, fanno un danno a loro stessi insistendo su legami tattici tra concessioni e compensazioni». Insomma, i libici trattano come al Suk, non ascoltano le richieste italiane e continuano ad alzare il prezzo. Soprattutto «insistono sul fatto che gli è dovuta un´autostrada che l´ex premier Silvio Berlusconi ha offerto di finanziare durante una visita a Tripoli del 2004». La famosa autostrada da 5 miliardi che pochi mesi dopo Berlusconi regalerà a Gheddafi (salvo poi trovarsi in difficoltà a reperire i fondi per la sua costruzione).

MUAMMAR EL GHEDDAFI E SILVIO BERLUSCONI

Così il 30 agosto 2008 l´accordo viene firmato a Bengasi. Pochi giorni dopo Trupiano ne spiega i contenuti all´ambasciata americana. In un file classificato rivolto al Dipartimento di Stato i diplomatici Usa descrivono con costernazione la cerimonia con Berlusconi alla presenza dai discendenti delle vittime del colonialismo e commentano: «Il governo libico era ansioso di concludere quest´anno lo storico trattato con l´Italia all´interno della recente apertura all´Europa».

Anche dopo l´entrata in vigore dell´accordo i libici restano un partner “corsaro”. In un cablo del 17 febbraio 2009 l´ambasciatore Usa, Gene A. Cretz, racconta la «frustrazione» del collega italiano di fronte ai libici che continuano a non collaborare sull´immigrazione. Per Trupiano «non è plausibile» che decine di migliaia di immigrati passino per la Libia «senza almeno il tacito consenso del governo», se non della sua «complicità» nel traffico di essere umani, armi e passaggio di terroristi. Ma il governo Berlusconi continua a trattare Gheddafi da amico.

L´accordo viene finalmente ratificato e nel maggio 2009 la Libia inizia a cooperare. Per la prima volta riprende 500 immigrati respinti dalle nostre motovedette. Cretz racconta che la Libia «non ha voluto prendere a bordo delle sue navi gli immigrati. In un caso ha chiesto all´Eni, che opera in una piattaforma offshore, di rimorchiare un vascello africano alla costa. In un altro ha permesso a una nave italiana di riportare i migranti a terra. Una volta giunti a Tripoli, secondo l´ambasciata italiana, i migranti saranno processati e mandati in un centro di detenzione».

Le preoccupazioni americane sono per il loro trattamento (alcuni, scrivono, potrebbero ottenere l´asilo). Tema che invece non sembra interessare il nostro governo. Cretz scrive che per le organizzazioni umanitarie i centri di detenzione sono passati da «poveri e affollati ad accettabili», ma con l´arrivo di nuovi immigrati «le condizioni probabilmente peggioreranno». E conclude allarmato: «Il governo libico tiene famiglie e gruppi nazionali insieme per facilitare le deportazioni di massa su voli charter verso l´Africa occidentale».

Ma i problemi che l´Italia incontra con i libici, mentre Berlusconi riceve Gheddafi a Roma, riguardano anche la sicurezza. Una fonte italiana informa i diplomatici Usa a Tripoli che il Colonnello sta «deliberatamente ritardando» la distruzione delle armi chimiche prevista dalla firma della convenzione internazionale Cwc. Un´informazione tanto allarmante da spingere l´ambasciatore Cretz a chiedere a Washington di intervenire. Intanto gli affari con l´Italia continuano.

NOVEMBRE ’07 – QUEL BARATTO CON L´AUTOSTRADA…
Gheddafi e il suo governo negoziano con una mentalità «corsara». È il 7 novembre 2007 quando l´ambasciatore italiano a Tripoli, Francesco Trupiano, racconta agli americani che l´accordo italo-libico non potrà essere siglato a breve. «I libici fanno un danno a loro stessi insistendo su legami tattici tra concessioni e compensazioni». E poi insistono sull´autostrada da 5 miliardi di euro. Per il governo Prodi non si può fare. Ma un anno dopo Berlusconi diventa premier e l´accordo viene firmato

AGOSTO ’08 – UN ACCORDO-COPERTURA PER CONVINCERE LA UE…
Ad agosto Berlusconi firma l´accordo con Gheddafi. Pochi giorni dopo l´ambasciatore italiano ne spiega i punti al collega Usa. Che nel cablo riservato inviato a Washington spiega. «Il governo libico era ansioso di concludere quest´anno lo storico trattato con l´Italia come parte della sua recente apertura all´Europa». Insomma, per gli americani il premier Silvio Berlusconi si presta al tentativo del dittatore di Tripoli di essere sdoganato agli occhi delle cancellerie europee.

MUAMMAR EL GHEDDAFI E SILVIO BERLUSCONI

FEBBRAIO ’09 – LE STRANE ALLEANZE DEI MINISTRI LIBICI…
Il 17 febbraio 2009 l´ambasciata Usa riferisce a Washington la «frustrazione» dei colleghi italiani. L´accordo italo-libico è già stato firmato ma si aspetta la sua ratifica. «Non è plausibile che un così vasto numero di immigrati illegali transitino dalla Libia senza almeno il tacito consenso del governo. Alcuni membri del governo sono a conoscenza e probabilmente complici- raccontano i nostri diplomatici - dei trafficanti di esseri umani, droga e dei terroristi».

MAGGIO ’09 – DEPORTAZIONI DI MASSA SUI VOLI CHARTER…
Nel maggio 2009 inizia la collaborazione sull´immigrazione con i respingimenti dei barconi nel canale di Sicilia. Scrive l´ambasciatore Usa: «Una volta a Tripoli, secondo l´ambasciata italiana, i migranti saranno processati e mandati in un centro di detenzione». E ancora, le condizioni nei centri «probabilmente peggioreranno con l´arrivo di nuovi migranti». Per finire: «Il governo libico tiene famiglie e gruppi nazionali insieme per facilitare le deportazioni di massa su voli charter verso l´Africa occidentale».

SILVIO BERLUSCONI GHEDDAFI

GIUGNO ’08 – I PATTI NON RISPETTATI SUGLI ARSENALI CHIMICI…
Il 18 giugno 2009 l´ambasciatore americano chiede aiuto a Washington: gli italiani gli hanno raccontato che Gheddafi «deliberatamente» non firma il contratto con l´impresa italiana (Sispa) incaricata di distruggere gli arsenali chimici libici, come previsto dalla convenzione in materia firmata da Tripoli. L´allarme è alto, ci sono dubbi sulla volontà di rispettare i termini del disarmo entro il 31 agosto 2011. «Chiedo aiuto a Washington, fate pressione sui libici»

GHEDDAFI BACIA BERLUSCONI


GIUGNO ’09 – UN RICATTO CONTINUO PER IL RINNOVO DEI CONTRATTI…
Nel giugno del 2008 l´ambasciata Usa relaziona Washington sulla firma da parte di Eni del contratto che prolunga i suoi diritti in Libia fino al 2042, «ma a un prezzo considerevole». Il timore è che tutti i diritti per le aziende straniere – comprese quelle americane – verranno a costare sempre più cari. «È un chiaro segnale che nessun accordo è al riparo dall´essere rinegoziato, al di là di quanto sia favorevole per i libici», scrivono i diplomatici statunitensi.

Alberto D´Argenio per “la Repubblica

RONALD SPOGLI: “B. ANTEPONE I SUOI INTERESSI PERSONALI A QUELLI DELLO STATO ED HA UNA REPUTAZIONE DISGRAZIATAMENTE COMICA…”

I leader italiani non vogliono e non sanno affrontare i problemi che affliggono la loro società, dal debito pubblico alla corruzione. Il governo è inefficiente e debole. Le continue gaffe e la povertà di linguaggio del premier hanno offeso gran parte del popolo italiano e molti leader europei. E’ chiara la sua volontà di anteporre i propri interessi personali a quelli dello Stato e ha una reputazione disgraziatamente comica… [Ronald Spogli]

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OGGI A LONDRA SI APRE IL PROCESSO DI ESTRADIZIONE E JULIAN ASSANGE MINACCIA, IN CASO DI CONDANNA, DI RILASCIARE IN RETE IL FILE “DOOMSDAY”, CHE CONTERREBBE SEGRETI DAVVERO SCOTTANTI.

Un diluvio di file targati Wikileaks sta accompagnando le 48 ore che separano Julian Assange dal suo destino giudiziario: oggi si apre a Londra il processo per la sua estradizione in Svezia, dove la magistratura lo vuole interrogare sulle accuse di stupro e molestie mosse contro l’australiano da due donne. Il giorno dopo è attesa la sentenza.
Nel frattempo, lo staff del sito ha piazzato online 800 file del Cablegate, i dispacci dalle sedi diplomatiche statunitensi pubblicati a partire dal 28 novembre scorso: si tratta della “release” più importante in molte settimane scandite dalla pubblicazione di poche manciate di documenti.
La gran parte dei nuovi file arriva dall’ambasciata Usa di Londra, se ne contano oltre 240, ma non mancano quelli collegati al fronte nordafricano, con dispacci urticanti dallo Yemen, dalla Giordania, dall’Egitto e dalla Libia.
L’australiano ha deciso di gettare benzina sulle rivolte che stanno infiammando il mondo arabo. Per la prima volta dopo la caduta di Ben Ali in Tunisia – da molti collegata proprio ai dispacci Usa da Tunisi resi noti da Wikileaks -, è la stessa banda dell’australiano a mettere in relazione la pubblicazione dei file con le manifestazioni di protesta.
La Giordania, si legge nei cable, afflitta da una grave crisi economica spende l’80% del suo bilancio in un «servizio civile gonfiato» e in un «sistema di patrocinio» militare, che include il sostegno alle forze Isaf in Afghanistan dove sono schierati «850 soldati» di Amman, e dove, a gennaio 2010, i giordani erano pronti ad inviare più truppe, aerei F-16 ed elicotteri per partecipare a missioni di combattimento in cambio del sostegno finanziario americano. Rinforzi arrivati a dicembre 2010, con il governo che ufficialmente parlò di 300 soldati già presenti nel Paese. L’elenco pubblicato dal sito dell’Isaf conta invece 6 soldati giordani nelle file Isaf.
Gli Usa, scrive Wikileaks, non lesinano critiche neppure all’amico Yemen, Paese «con istituzioni deboli» e appalti pubblici «non trasparenti» secondo i diplomatici americani, in particolare di un maxi contratto per il porto di Aden, che ha dato luogo a forti proteste dei sindacati nel 2008.
Ancora 48 ore, poi chissà, potrebbe anche esplodere l’arma di fine di mondo, il file “Doomsday“, che conterrebbe segreti davvero scottanti, e che Assange ha promesso di pubblicare in caso di pericolo. E per lui, dipinto come un hacker paranoico dagli ex amici del Guardian, l’estradizione in Svezia è una “minaccia di morte”.

FONTE: “Il Messaggero”