
MUAMMAR EL GHEDDAFI E SILVIO BERLUSCONI
È Silvio Berlusconi a volere l´accordo di amicizia italo-libico. È lui a spazzare dal tavolo tutti i dubbi che avevano bloccato la diplomazia italiana e il governo Prodi dallo scendere a patti con Muhammar Gheddafi. Costi quel che costi, la normalizzazione dei rapporti con Tripoli e l´amicizia con il dittatore libico deve diventare uno dei vanti della politica internazionale del Cavaliere.
Il quadro emerge dai cablo classificati ottenuti da WikiLeaks e in possesso de L´espresso che Repubblica anticipa. Leggendoli si colgono le perplessità degli Usa sull´operato del governo Berlusconi. Che dal suo ritorno a Palazzo Chigi nel 2008 incontra il dittatore libico otto volte. Gheddafi – è il convincimento della diplomazia a stelle e strisce – è ben contento di essere “sdoganato” dal premier italiano nel vano tentativo di entrare nel salotto buono della politica europea.
Che il Colonnello sia un leader con il quale fare i conti in Europa lo sanno tutti. Da presidente della Commissione Ue Prodi lo riceve a Bruxelles. Da premier negozia l´accordo di partnership tra Italia e Libia, ma ne blocca la firma. Troppo esose le richieste di Gheddafi, sproporzionate da un punto di vista economico e politico. Troppo scarse le garanzie sul rispetto dei diritti umani per gli immigrati. Poi, nella primavera del 2008, al governo torna Berlusconi che dopo pochissimi mesi vola a Bengasi per firmare lo storico “Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione” che mette fine ai dissidi sui danni coloniali italiani.
Eppure solo pochi mesi prima il nostro ambasciatore a Tripoli, Francesco Trupiano, spiegava agli americani gli ostacoli e i dubbi sulla trattativa. Il cablo “confidenziale” diretto al Dipartimento di Stato di Washington è del 7 novembre 2007. L´ambasciatore Usa a Tripoli fa un resoconto dell´incontro con il collega italiano. Che senza mezzi termini definisce il Colonnello e la leadersphip di Tripoli interlocutori «dalla mentalità corsara». Con loro, aggiunge, non sarà facile chiudere in tempi brevi alcun accordo.
«Non hanno una reale visione strategica, fanno un danno a loro stessi insistendo su legami tattici tra concessioni e compensazioni». Insomma, i libici trattano come al Suk, non ascoltano le richieste italiane e continuano ad alzare il prezzo. Soprattutto «insistono sul fatto che gli è dovuta un´autostrada che l´ex premier Silvio Berlusconi ha offerto di finanziare durante una visita a Tripoli del 2004». La famosa autostrada da 5 miliardi che pochi mesi dopo Berlusconi regalerà a Gheddafi (salvo poi trovarsi in difficoltà a reperire i fondi per la sua costruzione).

MUAMMAR EL GHEDDAFI E SILVIO BERLUSCONI
Così il 30 agosto 2008 l´accordo viene firmato a Bengasi. Pochi giorni dopo Trupiano ne spiega i contenuti all´ambasciata americana. In un file classificato rivolto al Dipartimento di Stato i diplomatici Usa descrivono con costernazione la cerimonia con Berlusconi alla presenza dai discendenti delle vittime del colonialismo e commentano: «Il governo libico era ansioso di concludere quest´anno lo storico trattato con l´Italia all´interno della recente apertura all´Europa».
Anche dopo l´entrata in vigore dell´accordo i libici restano un partner “corsaro”. In un cablo del 17 febbraio 2009 l´ambasciatore Usa, Gene A. Cretz, racconta la «frustrazione» del collega italiano di fronte ai libici che continuano a non collaborare sull´immigrazione. Per Trupiano «non è plausibile» che decine di migliaia di immigrati passino per la Libia «senza almeno il tacito consenso del governo», se non della sua «complicità» nel traffico di essere umani, armi e passaggio di terroristi. Ma il governo Berlusconi continua a trattare Gheddafi da amico.
L´accordo viene finalmente ratificato e nel maggio 2009 la Libia inizia a cooperare. Per la prima volta riprende 500 immigrati respinti dalle nostre motovedette. Cretz racconta che la Libia «non ha voluto prendere a bordo delle sue navi gli immigrati. In un caso ha chiesto all´Eni, che opera in una piattaforma offshore, di rimorchiare un vascello africano alla costa. In un altro ha permesso a una nave italiana di riportare i migranti a terra. Una volta giunti a Tripoli, secondo l´ambasciata italiana, i migranti saranno processati e mandati in un centro di detenzione».
Le preoccupazioni americane sono per il loro trattamento (alcuni, scrivono, potrebbero ottenere l´asilo). Tema che invece non sembra interessare il nostro governo. Cretz scrive che per le organizzazioni umanitarie i centri di detenzione sono passati da «poveri e affollati ad accettabili», ma con l´arrivo di nuovi immigrati «le condizioni probabilmente peggioreranno». E conclude allarmato: «Il governo libico tiene famiglie e gruppi nazionali insieme per facilitare le deportazioni di massa su voli charter verso l´Africa occidentale».
Ma i problemi che l´Italia incontra con i libici, mentre Berlusconi riceve Gheddafi a Roma, riguardano anche la sicurezza. Una fonte italiana informa i diplomatici Usa a Tripoli che il Colonnello sta «deliberatamente ritardando» la distruzione delle armi chimiche prevista dalla firma della convenzione internazionale Cwc. Un´informazione tanto allarmante da spingere l´ambasciatore Cretz a chiedere a Washington di intervenire. Intanto gli affari con l´Italia continuano.
NOVEMBRE ’07 – QUEL BARATTO CON L´AUTOSTRADA…
Gheddafi e il suo governo negoziano con una mentalità «corsara». È il 7 novembre 2007 quando l´ambasciatore italiano a Tripoli, Francesco Trupiano, racconta agli americani che l´accordo italo-libico non potrà essere siglato a breve. «I libici fanno un danno a loro stessi insistendo su legami tattici tra concessioni e compensazioni». E poi insistono sull´autostrada da 5 miliardi di euro. Per il governo Prodi non si può fare. Ma un anno dopo Berlusconi diventa premier e l´accordo viene firmato
AGOSTO ’08 – UN ACCORDO-COPERTURA PER CONVINCERE LA UE…
Ad agosto Berlusconi firma l´accordo con Gheddafi. Pochi giorni dopo l´ambasciatore italiano ne spiega i punti al collega Usa. Che nel cablo riservato inviato a Washington spiega. «Il governo libico era ansioso di concludere quest´anno lo storico trattato con l´Italia come parte della sua recente apertura all´Europa». Insomma, per gli americani il premier Silvio Berlusconi si presta al tentativo del dittatore di Tripoli di essere sdoganato agli occhi delle cancellerie europee.

MUAMMAR EL GHEDDAFI E SILVIO BERLUSCONI
FEBBRAIO ’09 – LE STRANE ALLEANZE DEI MINISTRI LIBICI…
Il 17 febbraio 2009 l´ambasciata Usa riferisce a Washington la «frustrazione» dei colleghi italiani. L´accordo italo-libico è già stato firmato ma si aspetta la sua ratifica. «Non è plausibile che un così vasto numero di immigrati illegali transitino dalla Libia senza almeno il tacito consenso del governo. Alcuni membri del governo sono a conoscenza e probabilmente complici- raccontano i nostri diplomatici - dei trafficanti di esseri umani, droga e dei terroristi».
MAGGIO ’09 – DEPORTAZIONI DI MASSA SUI VOLI CHARTER…
Nel maggio 2009 inizia la collaborazione sull´immigrazione con i respingimenti dei barconi nel canale di Sicilia. Scrive l´ambasciatore Usa: «Una volta a Tripoli, secondo l´ambasciata italiana, i migranti saranno processati e mandati in un centro di detenzione». E ancora, le condizioni nei centri «probabilmente peggioreranno con l´arrivo di nuovi migranti». Per finire: «Il governo libico tiene famiglie e gruppi nazionali insieme per facilitare le deportazioni di massa su voli charter verso l´Africa occidentale».

SILVIO BERLUSCONI GHEDDAFI
GIUGNO ’08 – I PATTI NON RISPETTATI SUGLI ARSENALI CHIMICI…
Il 18 giugno 2009 l´ambasciatore americano chiede aiuto a Washington: gli italiani gli hanno raccontato che Gheddafi «deliberatamente» non firma il contratto con l´impresa italiana (Sispa) incaricata di distruggere gli arsenali chimici libici, come previsto dalla convenzione in materia firmata da Tripoli. L´allarme è alto, ci sono dubbi sulla volontà di rispettare i termini del disarmo entro il 31 agosto 2011. «Chiedo aiuto a Washington, fate pressione sui libici»

GHEDDAFI BACIA BERLUSCONI
GIUGNO ’09 – UN RICATTO CONTINUO PER IL RINNOVO DEI CONTRATTI…
Nel giugno del 2008 l´ambasciata Usa relaziona Washington sulla firma da parte di Eni del contratto che prolunga i suoi diritti in Libia fino al 2042, «ma a un prezzo considerevole». Il timore è che tutti i diritti per le aziende straniere – comprese quelle americane – verranno a costare sempre più cari. «È un chiaro segnale che nessun accordo è al riparo dall´essere rinegoziato, al di là di quanto sia favorevole per i libici», scrivono i diplomatici statunitensi.
Alberto D´Argenio per “la Repubblica“